“Vedeva là dove gli altri non potevano, diceva cose che altri non sapevano: sapeva leggere nell’anima”. In ricordo di Carlo Alberto Dalla Chiesa

Del Generale Dalla Chiesa, forse, è stato detto tutto ciò che c’era da dire. Giornalisti, scrittori, studiosi, scrivendo di Lui hanno offerto saggi critici di grande rilievo. Parlarne quindi é impresa non certo semplice laddove si vuole sfuggire al rischio della duplicazione o dell’essere ripetitivo. Io però non sono qui per fare analisi, approfondimenti, valutazioni. Riconosco tra l’altro di non averne le qualità. Sono qui invece per formulare un atto di rinnovata stima e per esternare il sentimento di vero affetto che a lui mi lega. Ciò intendo fare col ricordo di qualche episodio di vita vissuta negli anni in cui egli era al Comando della Legione qui a Palermo ed il Colonnello Russo a quello del Nucleo Investigativo dove prestavo servizio anch’io. Erano anni terribili quelli. La città era in ginocchio ed i palermitani vivevano momenti di vero disorientamento. Un reato odioso ed antico quanto la mafia era tornato di moda: il sequestro di persona esportato poi in altre regioni del nord Italia.

Ma c’era dell’altro naturalmente. Il traffico internazionale di stupefacenti che gestiva d’intesa con Cosa Nostra americana e lo spaccio della droga in Italia che con perniciosa abilità alimentava assieme a quello in altri Paesi europei. In quel contesto maturarono tre episodi di assoluta gravità: il sequestro del giornalista de L’Ora Mauro De Mauro, la controversa irreperibilità di Luciano Liggio contestuale alla sua assoluzione a Bari e l’inquietante, drammatica uccisione del Procuratore di Palermo Pietro Scaglione. Si trattò di una vera sfida allo Stato. Per il generale Dalla Chiesa in particolare fu come un insulto al cuore. Ma anche un invito a riflettere, a rivedere le potenzialità dell’azione di contrasto che la Giustizia nel suo complesso era in grado di opporre a quel micidiale fenomeno, sempre più aggressivo, incontenibile.

Le qualità morali, intellettive di cui egli disponeva andavano oltre il comune patrimonio degli uomini. La capacità spirituale che lo possedeva, in totale autonomia, gli consentiva infatti di interpretare, meglio conoscere il profondo dell’agire umano proiettato nel divenire della storia. Non tutti per la verità, ma chi di più gli era accanto altro non poteva che dire: costui vede là dove gli altri non possono, dice cosa che altri non sanno. Per una sola ragione: costui è capace di leggere nell’anima, di interpretare i costumi, di guardare oltre il presente. E così, in un pomeriggio insolito, grigio, senza sole, piombò nell’ufficio del colonnello Russo, il suo braccio operativo. Dai lineamenti del suo viso, serio più del solito, si capì subito che quella non era una visita come le altre. Non volle sedersi e senza altri preamboli disse: “Sono stato a Roma. Ho parlato con i vertici della D.C. Ho detto loro che il momento è gravissimo. Non solo per la Sicilia, ma per l’intera Nazione.