TRA APPA-RENZI E RAGGI-RI

Mentre leggevo le notizie sul pasticciaccio brutto della giunta di Roma in un primo momento, devo ammetterlo, mi veniva un po’ da ridere. Guardando i volti paonazzi davanti alle telecamere dei vari Di Maio, Di Battista, della stessa Virginia Raggi mi tornava alla mente quando ero bambino, ed in città arrivava il Circo. Uno dei numeri più riusciti, quello che faceva sbellicare la gente dalle risate, era quello dei clown che chiamavano a scendere in pista un signore del pubblico, scelto accuratamente tra i più burberi e seriosi dei presenti, e facendolo sedere in mezzo alla pista, serio serio, alle sue spalle ne combinavano di tutti i colori, tra smorfie, capriole e finti spruzzi d’acqua, fino a che la sua faccia burbera e seriosa appariva più comica delle maschere degli stessi pagliacci, lo sguardo da accigliato appariva come spiritato e il suo broncio una smorfia grottesca.

Ecco, così mi sono apparsi in questi giorni i – solitamente – burberi grillini: sembravano genitori beccati dai loro bambini a leccare la Nutella dalle dita, chierichetti scoperti dal parroco a rubare i soldini delle elemosine. Non è tanto la gravità della cosa in sé, quanto la figura che si fa.
Scoprire che la “sindaca” grillina Raggi – quella che invocava le dimissioni del sindaco di Parma Pizzarotti per aver taciuto su un avviso di garanzia – ha nominato assessore una persona già indagata, e che la cosa era di sua conoscenza, francamente è come beccare il califfo Al Baghdadi alla Sagra della Porchetta ad Ariccia ubriaco fradicio a fare la gara di chi “ne magna de più in un minuto”. Uno non saprebbe se sbalordirsi o rotolarsi a terra dal ridere.

“Mundus transit et concupiscentia eius” (“Il mondo passa e così la sua concupiscenza”) scriveva nella sua Prima lettera l’apostolo ed evangelista Giovanni (2,17). I grillini avrebbero dovuto urlare un po’ di meno e studiare un po’ di più, e soprattutto non rinnegare le radici cristiane di molti di loro. L’intransigenza nella ricerca della legalità è un bene assoluto, ma l’intransigenza in politica presupporrebbe un comportamento monacale, cristallino, da asceti, cosa che francamente ritengo quasi impossibile nei frequentatori del Palazzi del Potere politico, a meno che tra essi non ci sia chi ha forti motivazioni interiori, di quelle che solo la fede può dare, ma non certamente la fede politica, o peggio ancora sentimenti come il rancore o l’odio politico. Parlo della fede vera, quella che smuove le montagne e cambia le persone dall’interno del loro cuore: si può essere intransigenti in politica, ed additare il potere politico come il male assoluto, solo se siamo pronti a rinunciare a qualsiasi sua lusinga, a qualsiasi compromesso. Ma per farlo bisognerebbe che i “politici nuovi” prendessero come esempio da imitare Francesco d’Assisi o Tommaso Moro, non Beppe Grillo e – pace all’anima sua – Gianroberto Casaleggio.