La fine politica di Di Maio

Luigi Di Maio, webmaster, steward e manovale diventato parlamentare del Movimento 5 Stelle, è stato ad un passo dal realizzare il “sogno italiano” della scalata. Da signor nessuno a premier. Di Maio presidente del Consiglio non era, fino a ieri, un sogno di una notte di mezza estate, ma una prospettiva assai concreta.
Con il Movimento 5 Stelle uscito a testa alta dalle ultime amministrative in cui ha conquistato i bastioni di Roma e Torino, l’attenzione di tutti gli analisti politici si era spostata ai possibili scenari delle prossime politiche. E l’ipotesi di un governo monocolore pentastellato è tra quelle prese in considerazione, anche perché tutt’altro che irrealizzabile.
Difficile, certo, ma non impossibile. Ed in quel caso, gli interrogativi su chi avrebbe potuto rivestire il ruolo di premier sono stati risolti da due nomi: Di Maio, per l’appunto, e Di Battista.

Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista sono le due frecce nell’arco pentastellato. Le due punte di diamante. Gli uomini su cui il Movimento punta di più. Diversi per estrazione, probabilmente anche per idee, si sono resi protagonisti di un dualismo probabilmente enfatizzato dai media ma in ogni caso accattivante.
Di Maio, a differenza di Di Battista, rappresenta l’anima “governista” del Movimento 5 Stelle, quella che si potrebbe definire più real politik, tutto sommato cinica. Maggiormente disposta a compromessi, dialoghi, ma soprattutto più realistica e meno idealista. Di Maio, insomma, rappresenta il Movimento 5 Stelle di governo, più che di lotta. E fatalmente il nome migliore e più spendibile per un candidato premier sarebbe, in teoria, proprio il suo.