La fine politica di Di Maio

Tante cose sono successe nel frattempo. A cominciare dalla morte di patron Casaleggio, che sembra proprio aver squassato il Movimento, gettandolo nello sconforto e nella disorganizzazione.
Probabilmente, ma è solo una ipotesi, il caos romano non si sarebbe mai e poi mai verificato se Casaleggio fosse ancora vivo.
Poi è arrivata la vittoria di Virginia Raggi a Roma, che ha costretto i grillini a prendere le redini della disastrata e ingovernabile capitale. Certo, il Movimento 5 Stelle eredita una situazione pesante, ma le prime mosse non fanno stare tranquilli i romani.
Assessori nominati e poi revocati, litigi, problemi interni, rivalità tra sindaco Raggi e direttorio pentastellato, bracci di ferro continui. In tutto questo avrebbe potuto ritagliarsi un ruolo il “governista” Di Maio. Il ruolo del mediatore, del realista.
Invece no. Di Maio ha fatto la figura dell’ingenuo. Prima di colui che non sa leggere una mail, poi di colui che ha tenuto volontariamente nascosto il fatto che l’assessore Muraro fosse indagata.
Che l’abbia fatto per proteggere Virginia Raggi, in nome della real politik a lui cara, oppure per reale superficialità e ingenuità, non è dato saperlo. Fatto sta che Di Maio è colui che, da tutta questa crisi romana, ne esce peggio.
Di Maio sapeva ma non ha detto. E non ha avuto il coraggio di prendere una posizione netta, forte, fosse anche quella di dire al direttorio e a Beppe Grillo: “Non possiamo fare cadere assessori o giunte ad ogni indagine della magistratura”.
Già, è proprio quello di cui il Movimento 5 Stelle avrebbe bisogno. Una dose di realismo, che finora era incarnata proprio da Di Maio. Uscito a pezzi e ridimensionato.
Ora, la freccia nell’arco pentastellato non può più fare il premier. L’opinione pubblica lo ritiene “colui che non capisce le mail” o “colui che mente”.
Game over

Riccardo Ghezzi

Roma, 8/9/2016