Test: il caso di De Cataldo spiegato con stile manettaro

Giancarlo De Cataldo è un famoso magistrato che lavora come giudice alla Corte d’assise di Roma e nel molto tempo libero, beato lui, che riesce a ritagliarsi nell’ambito della sua faticosa vita da giudice negli ultimi anni è riuscito a crearsi una spettacolare vita parallela in cui ha mostrato di possedere diversi talenti. Sia da scrittore, sia da drammaturgo, sia da sceneggiatore. In questa sua vita parallela, negli ultimi tempi, De Cataldo, penna rapida e accattivante, si è imposto come scrittore e sceneggiatore di successo prima con “Romanzo Criminale” (scritto nel 2002, sceneggiato nel 2005) e poi con un libro che, per stessa modesta ammissione di De Cataldo e dell’altro autore Carlo Bonini, ha anticipato la sceneggiatura di Mafia Capitale: “Suburra”, da cui il regista Stefano Sollima ha tratto il suo omonimo film. Nelle ultime settimane però il caso ha voluto che il nome di Giancarlo De Cataldo sia tornato al centro dell’attenzione non per la sua generosa attività di scrittore ma per la sua attività di magistrato. In particolare, da un po’ di tempo a questa parte, il nome di De Cataldo è diventato sinonimo di un caso che si è aperto al Csm e che ci dice molto non tanto di chi è Giancarlo De Cataldo (un bravo magistrato, un ottimo scrittore) ma di che cosa si rischia quando all’interno del circo mediatico-giudiziario si gioca con alcune parole e alcuni concetti tipici della gogna.

Il caso di De Cataldo è arrivato qualche mese fa al Consiglio superiore della magistratura per una ragione semplice e pur essendo noi del Foglio i più garantisti del reame per una volta, per descrivere il caso De Cataldo, abbiamo scelto di utilizzare i verbi e le parole (le metteremo tra virgolette) che i professionisti del circo mediatico utilizzerebbero se il soggetto in questione non fosse un magistrato. La storia è questa. Il giudice della Corte d’assise di Roma, De Cataldo, è stato “pizzicato” a conversare “amabilmente” al telefono con “il braccio destro di Massimo Carminati”, Salvatore Buzzi, ex capo della Cooperativa 29 giugno, uno dei protagonisti del romanzo giudiziario di Mafia Capitale.

In queste conversazioni telefoniche, che solo quando riguardano i magistrati vengono definite fino all’ossessione “penalmente non rilevanti”, mentre di solito per i professionisti del circo mediatico-giudiziario finire in un brogliaccio è l’anticamera dell’essere colpevoli di qualcosa, in queste conversazioni, si diceva, la “coppia De Cataldo-Buzzi” mostrava una “certa confidenza” (tredici telefonate e sms) che ha insospettito la procura di Roma, che per questo ha portato il caso al Csm per valutare l’incompatibilità ambientale del giudice. In queste conversazioni “il boss della cooperazione” informava il consigliere della Corte di appello della capitale dell’arrivo in una delle sue cooperative del boss Massimo Carminati, di cui lo stesso De Cataldo aveva a lungo scritto all’interno dei suoi romanzi (Carminati è il “Nero” di “Romanzo Criminale”, e il giustizialista collettivo di solito di fronte a casi come questo aggiungerebbe un magnifico “non è un caso”).