L’eliminazione del terrorista di Berlino è stata un successo, ma ora non bisogna abbassare la guardia

Nell’euforia del momento bisogna essere freddi e controllati almeno quanto l’agente che ha fermato la fuga del terrorista tunisino Anis Amri. La vicenda di questo jihadista, probabilmente radicalizzato in Italia, deve spingere ad alcune considerazioni. In primo luogo il terrorismo dentro e fuori l’Europa è destinato a continuare. L’Isis non è stato sconfitto e nonostante abbia perso in un anno il 50% del territorio è ancora insediato in Siria e in Iraq. Inoltre la caduta di Aleppo potrebbe spingere al ritorno dei “foreign fighters” verso i Paesi di origine, Europa compresa.
È quello che si teme in Francia e in Belgio, ma anche in Gran Bretagna e in Germania. Non solo. Nel momento in cui si profila una possibile debàcle militare, il Califfato potrebbe intensificare gli attentati per segnalare che mantiene un potenziale distruttivo e soprattutto per controbattere la concorrenza nella propaganda e nel reclutamento di altri gruppi terroristici come Al Qaeda. Perso il territorio dopo la sconfitta in Afghanistan dei Talebani nel 2001, Al Qaeda non è scomparsa ma si è riorganizzata.

L’instabilità generale intorno all’Europa non favorisce il controllo delle frontiere. I gruppi jihadisti sono attivi, oltre che in Siria e in Iraq, anche in Turchia, Libia, Tunisia, Libano, Yemen e in un vasta aerea del Maghreb e del Sahel dove sono presenti in pezzi significativi di territorio. I due Paesi che più preoccupano sono Libia e Turchia. In Libia, dove è caduta la roccaforte della Sirte, potrebbe verificarsi un’altra ondata di foreign fighters di ritorno dalla Siria mentre la Turchia già subisce i contraccolpi del repentino cambio di strategia di Erdogan: dopo avere sostenuto per cinque anni islamisti e guerriglia anti-Assad, con la sconfitta di Aleppo il leader turco ha accettato attraverso l’accordo con Putin e l’Iran la permanenza al potere del regime alauita a Damasco. Ankara, membro della Nato con 23 basi dell’Alleanza, diventa così il bersaglio dei jihadisti che si vogliono vendicare del “tradimento”. Con le purghe nell’esercito e nella polizia il sistema di sicurezza turco è diventato più vulnerabile: una dozzina gli attentati in un anno fino all’ultimo con l’uccisione dell’ambasciatore russo.

L’Italia, infine, non deve troppo esultare, pur nel giusto orgoglio di avere dimostrato l’efficienza delle forze di polizia. La vicenda di Amri dimostra che è permeabile perché alcune parti del Paese come Milano e la Lombardia sono diventate basi logistiche e di reclutamento: ne sono una prova gli arresti recenti e le indagini che in agosto hanno smantellato importanti cellule jihadiste. Non è un fenomeno solo recente: durante la guerra civile in Algeria negli anni ’90 le questure del Nord e di Milano erano tra le più informate sui gruppi islamici e terroristi. Forse il fatto che l’Italia sia considerata da tempo una sorta di trampolino di lancio verso l’Europa ha frenato finora i jihadisti dal compiere attentati in una retrovia che può diventare anche un bersaglio. Ieri siamo stati bravi e fortunati: dobbiamo esserlo tutti i giorni.
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