L’anno della Turchia inizia com’era finito il 2016. Dodici mesi di attentati da Istanbul al confine con la Siria

Il 27 aprile un kamikaze dei Falchi per la Libertà del Kurdistan si fa saltare a Borsa, vicino alla Grande Moschea e a un mercato coperto. Provoca tredici feriti. Il primo maggio, un’autobomba con a bordo un kamikaze dell’Isis esplode di fronte alla sede della polizia nella città di Gaziantep: tre morti, ventitré feriti. Il 10 maggio Diyarbakir un’autobomba fa saltare un veicolo blindato della polizia con a bordo sospetti membri del Pkk arrestati. Sono tre morti e quarantacinque feriti, ma il Pkk spiega che non si è trattato di un attentato: una propria vettura che trasportava esplosivo sarebbe esplosa perché colpita dal fuoco della polizia. Il 12 maggio un camion bomba esplose a Dürümlü, vicino a Sir. Sedici morti e ventitré feriti, l’azione è rivendicata dal Pkk. Il 7 giugno un kamikaze dei Falchi attacca un bus pieno di poliziotti nel centro di Istanbul: tredici morti, cinquantuno feriti. Il giorno dopo un’autobomba è fatta saltare contro una caserma della polizia nella città curda di Midyat: cinque morti, trenta feriti, rivendicazione del Pkk.

Ma giugno culmina il 28 con l’attacco all’aeroporto di Istanbul da parte di tre uomini dell’Isis, due con cittadinanza russa e un terzo non identificato. Armati di kalashnikov e imbottiti di esplosivo, provocano quarantotto morti e oltre duecentottanta feriti.

E’ a questo punto che il 15 e 16 luglio un gruppo di militari tenta un colpo di stato contro Erdoğan. All’inizio l’azione sembra riuscire, ma il presidente fugge, riuscendo a mobilitare contro i golpisti la polizia, l’intelligence e i militanti del suo partito. Il bilancio in vite umane è di centoquattro morti tra i golpisti e sessantasette tra i lealisti. Una prima conseguenza del fallimento del golpe è un riavvicinamento tra Erdoğan e Putin, che sfocerà nella mediazione congiunta della tregua tra il governo di Assad e i ribelli siriani, annunciata il 29 dicembre. Approvata dall’Onu, l’iniziativa dovrebbe portare a negoziati di pace ad Astana, in Kazakistan. Una seconda conseguenza è un raffreddamento con l’occidente. Una terza sono le massicce purghe contro i gülenisti, accusati di aver tramato il golpe. Col decreto del 22 novembre sono oltre 125 mila i magistrati, insegnanti, militari, poliziotti e altri dipendenti pubblici sospesi dal servizio, e 36 mila di loro sono anche arrestati.