Alitalia, la crisi è costata ai contribuenti 7,4 miliardi e non è ancora finita

Alitalia è un malato cronico, e grave: i primi due anni di cura Etihad sono stati un flop con 600 milioni di perdite e ora serve un miliardo di euro per ripianare i debiti e mettere in piedi il rilancio della compagnia. La salvezza del gruppo italo-arabo passa da un progetto industriale che deve fare i conti con una società che perde oltre un milione di euro al giorno.

Il ministro dello Sviluppo Calenda ha ribadito che “i dipendenti non devono pagare il prezzo più alto” e ha sparato senza pietà sulla compagnia definita, “un’azienda che non funziona ed è stata gestita male” mentre il presidente del vettore Luca di Montezemolo, ha risposto ammettendo che “ci sono stati degli errori”, ma rilanciando sul piano “che verrà presentato entro fine mese”.

Ma i sindacati sono pronti allo sciopero: le linee guida del nuovo rilancio puntano sulla messa a terra di 15 aerei di corto raggio con una low cost (Cityliner) che cercherà di replicare il modello Ryanair che in pochi anni è diventata la prima compagnia in Europa per passeggeri trasportati. Da mesi in azienda si parla di 1.100 esternalizzazioni per gli impiegati e di altri 500 esuberi con costi che finiranno per essere sobbarcati dallo Stato tramite ammortizzatori sociali.

Una dinamica non nuova: Alitalia, in 40 anni, dal 1974 al 2014 è costata al contribuente 7,4 miliardi di euro. “Il rischio è che si profili un intervento statale, analogamente a quanto avvenuto con le banche continuando, in tal modo, a travasare denaro del contribuente in un pozzo senza fine – denuncia Primo Mastrantoni, segretario Aduc – Meglio far fallire Alitalia e ricominciare”.

Alitalia, la grande crisi messa sotto silenzio