Il giorno in cui morì il politically correct

Il 20 gennaio del 2017 verrà ricordato come il giorno in cui Donald J. Trump, platinato e disinibito tycoon newyorchese, si è insediato alla Casa Bianca.

Entra un presidente e ne esce un altro. E con lui se ne va anche un’idea, un pensiero debolissimo che da anni fa il gradasso: il politicamente corretto. È la riscoperta dell’America. Per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi anni, almeno. Nel bene e nel male tutto muove da lì, dal Nuovo Mondo. Se ne facciano una ragione gli antiamericani per partito preso. Da lì sono partite le acide turbolenze che hanno agitato l’Occidente negli anni Sessanta. Lì è stata incubata la rivoluzione tecnologica. Lì è nata la globalizzazione, ma anche la sua antitesi: il movimento No Global. La grandezza degli Stati Uniti è proprio questa: riuscire a immaginare la tesi e, nel contempo, creare il terreno di coltura per la sua antitesi; dar vita – in un grandissimo laboratorio a cielo aperto – al virus e al suo stesso vaccino. Così, dopo una lunga stagione di melassa politically correct rigorosamente Made in Usa, il corpaccione oversize dell’America ha capito che troppo zucchero gli avrebbe fatto scoppiare il fegato. E ha deciso di iniziare una dieta radicale dalle ipocrisie. Basta con le porte spalancate a tutti, basta con il sospetto peloso nei confronti dell’economia e del capitale, basta con la masochistica idea che si debbano aiutare prima gli altri a scapito dei padroni di casa. Le cose riprendono il loro nome. Il ceto medio recupera una parte della sua voce. È una lezione di democrazia che rimbomba anche Oltreoceano. Trump libera tutti.

Roma, 22 gennaio 2017
fonte ilGiornale