Il Generale americano: “I Carabinieri sono per il mondo militare ciò che Michael Jordan è per il basket”

NEW YORK – A quasi cinque anni dallo scandalo che lo ha travolto, affondando una delle più brillanti carriere militari degli ultimi decenni, David Petraeus non è cambiato. Ha la stessa stretta di mano forte con cui salutava nel suo ufficio a Bagdad e una cartellina fitta di impegni davanti come allora. Eppure tutto intorno a lui è diverso: al posto della divisa c’è un abito di sartoria, dalle finestre dell’ufficio non si vedono più blindati ma uno spettacolare panorama su Central park e alle pareti ci sono opere d’arte da capogiro.

“Non mi lamento affatto”, sorride l’uomo che tutti continuano a chiamare “generale”. Qualche motivo potrebbe averne: Petraeus era a capo della Cia dopo essere stato il comandante delle truppe americane in Iraq prima e in Afghanistan dopo, e il Comandante delle forze armate Usa: lodato da George W. Bush e da Barack Obama, fu costretto alle dimissioni nel 2012 dopo quando si seppe che aveva condiviso informazioni segrete con la sua amante. Solo per poco si salvò dal carcere.

Oggi è uno dei soci di Kkr, una delle società di investitori privati e istituzionali più importanti d’America: ma resta coinvolto nelle vicende che coinvolgono la sicurezza degli Stati Uniti. Gli uomini che guidano la potenza militare, dal segretario alla Difesa James Mattis al Consigliere per la Sicurezza Nazionale H.R.McMaster, sono stati suoi protetti: Petraeus li sente regolarmente. L’ultima volta pochi giorni fa.

Generale, nelle ultime tre settimane il presidente Trump ha ordinato un attacco missilistico in Siria, sganciato il più potente ordigno non nucleare in Afghanistan e inviato una portaerei a largo della Corea del Nord: può un’Amministrazione così giovane fare fronte a tre crisi di questo livello in contemporanea?
“Ho un enorme rispetto per il team di Sicurezza nazionale che il presidente Trump ha messo insieme. Quello che è accaduto in Siria dimostra che questo presidente agisce quando le linee rosse sono superate. La Corea del Nord è la questione più pressante: è possibile che durante questo mandato presidenziale acquisisca la capacità di colpire gli Stati Uniti con un’arma nucleare. E il presidente ha detto chiaramente che non possiamo permettere che accada. Per quanto riguarda l’Afghanistan, sono fiducioso che i comandanti sul campo avranno gli uomini e l’autorità necessaria per continuare ad usare la nostra forza aerea. Quale sia il nostro interesse nazionale in quel Paese è chiaro: impedire torni a essere un santuario per gli estremisti”.