“Mio papà, poliziotto nelle foibe. ​Ucciso solo perché era italiano”

Compito difficile, quello della memoria. A Caltanissetta hanno dedicato una via a Luigi Bruno, ma nessuno sembra più ricordarsene. Né la questura né le istituzioni hanno portato fiori in suo ricordo nel giorno del Ricordo. E non è questione di negazionismo, s’intenda. Sembra che sulle foibe permanga un velo di scetticismo capace di relegare in un angolo gli infoibati. Ogni 10 febbraio la solidarietà si accende e si spegne rapidamente. Per poi tornare l’anno successivo. «Ogni volta provo speranza: la speranza che finalmente si parli di noi senza timore. Ma poi il sentimento si trasforma in rabbia, rabbia e tristezza. Non chiediamo molto alle istituzioni, ci basta il dono di un fiore di campo per riconoscere che in quelle foibe giacciono dei martiri. Si dice che il fumo di Auschwitz arriva fino al cielo. Bene. Allora al cielo arrivi pure il lamento degli infoibati».

All’amarezza si aggiunge lo sconforto di non avere ancora una tomba su cui piangere. «A Fiume ho lasciato il bene più grande, che ancora non so dove sia finito: mio padre. Sogno di poter scoprire un giorno dov’è precipitato, per portare un fiore e dire una preghiera». Quando Luigi morì aveva solo 52 anni. «Un uomo eccezionale, un papà affettuoso e un poliziotto integerrimo», ricorda Anna. «Sono fiera di lui perché con il suo esempio mi ha guidato nel mio percorso di donna, di madre e di italiana».

Spesso nel cuore di chi è cresciuto lontano da Fiume convivono orgoglio e dolore. Ed è questa la forza degli esuli. «Nei miei occhi vedo ancora i militari titini bruciare le bandiere italiane. Ricordo la paura, l’esodo e la fame. Ricordo quella mano che mi salutava dalla finestra del carcere di Fiume. La mano di un poliziotto fiero, ucciso perché italiano».

Il Giornale