14 maggio 1977: quarant’anni fa l’omicidio di Antonio Custra e la vittoria della violenza nelle piazze italiane

Per amor di verità, ho spiegato già 4 anni fa la mia posizione sul voto, che resta immutata, ha le sue radici e non vuol essere di esempio per nessuno. Eccola: “Ma tu, Mentana, con chi stai?”. Quante volte me l’hanno chiesto: la gente normale per curiosità, i vari politici, grandi e piccoli, guardandomi con sospetto o con ironia (e un epiteto volgare pronto: questo vuol fare il paraculo). C’è da capirli. La febbre politica, la voglia di schierarsi non è certo un fenomeno di data recente. Ci sono stati anni in cui con fierezza una mole imponente di italiani andava a votare per il partito del cuore. Erano i tempi dei comizi davanti a piazze gremite, dei leader impegnati sul podio dei congressi o nelle aule parlamentari in veri e propri tornei oratori.

L’avvento della tv come piazza principale della politica, e poi la fine della prima repubblica nei miasmi di Tangentopoli hanno smorzato e quasi spento quella fiamma di militanza e di orgoglio fazioso. Tutti i partiti a un certo punto hanno cominciato a dirsi liberali, quando il crollo delle ideologie ha ripulito l’aria da tante fumosità. Ma alle utopie non si è sostituito nulla di altrettanto coinvolgente. Progressivamente i cittadini hanno perso interesse per gran parte dei meccanismi della democrazia rappresentativa, e soprattutto si sono allontanati dai partiti e dalla loro vita
interna.

Oggi è raro che una persona qualunque conosca un consigliere comunale, un assessore (se non ha interessi precisi) o anche un parlamentare. Da quando la politica non appartiene più ai leader, ai dirigenti e ai funzionari che ad essa dedicavano la loro vita, passando attraverso la selezione interna dei partiti, a fare carriera sono dei soggetti imprecisati e spesso sconosciuti. Sopra di loro spesso ci sono onorevoli “prestati dalla società civile” o dal mondo del lavoro. Ma gli altri, molto più che in passato, sono dei veri e propri piccoli professionisti della politica. Vivono di politica, e spesso senza coltivare ideali, più persone oggi che trent’anni fa. Lo dico senza nostalgie.

Sono e resto attento alla politica, mi è piaciuto ospitare i grandi faccia a faccia, o cercare di stanare i leader con domande non scontate. Ma sono appassionato come giornalista tanto quanto sono spassionato come cittadino. Mi piace davvero poco vedere i miei colleghi schierarsi o addirittura arruolarsi, fare da “pro loco” di questo o di quello, cercare e ottenere sponsorizzazioni per incarichi che spettano solo a perfetti lottizzati. Ma alla fine sono fatti loro. Io sto bene così, mi piace cercare di cogliere le contraddizioni da una parte e dall’altra, e irridere alle loro rigidità, ai loro tabù. In teoria solo un fesso può pensare – uso l’esempio più frequente – che Berlusconi abbia sempre ragione, o sempre torto. Eppure proprio questo, nella sua doppia versione, è l’esercizio più praticato in Parlamento e nelle redazioni di giornali e tg, da un quindicennio a questa parte.

E’ essenzialmente per questo motivo che fin da metà degli anni Novanta ho deciso di non andare a votare, se non per qualche referendum: non si può raccontare il rosso e il nero e intanto fare il tifo per uno dei due… Anche perché il giornalista ha la fortuna di vederli da vicino, e ne conosce le debolezze e le teatralità. Ho praticato con continuità l’astensione, il non voto: con una sola eccezione, lo dico per amor di verità, perché nel 2006 fui anch’io tra i cittadini che votarono per un cambio della guardia, dopo il quinquennio berlusconiano. Dopo pochi mesi però mi ero già pentito, visti gli altri all’opera. In quell’unica escursione al seggio elettorale scelsi il partito dei miei vent’anni, la Rosa nel Pugno. Ho già detto che ero stato socialista, credendo in quella politica innovativa che si faceva largo tra le due chiese, democristiana e comunista. Ma prima ancora?

Prima ancora ci fu un periodo che non posso dimenticare, e che alla fine è rimasto molto istruttivo, perché dall’ombra di un passato che tanti hanno condiviso ci dice molto anche del giornalismo e della politica, della cronaca e della giustizia ai nostri tempi. Un periodo che per me si intreccia ad una storia di lotta e di amicizia, quella di Guido e di Coniglio, e a una catena di ricordi e di avvenimenti.

Era una bella mattina dei primi anni 70. La ricordo calda, da primavera inoltrata, ma chissà se era davvero così. Piazza Vetra, a Milano, allora era bellissima e verde. Davanti all’Istituto Tecnico per Geometri Carlo Cattaneo, per noi semplicemente “il Cattaneo” eravamo in tre, Guido, Coniglio ed io. Provavamo a vendere un giornale agli studenti che uscivano da scuola. Il giornale si chiamava A, rivista anarchica, e distribuirlo lì, di fronte al portone del Cattaneo, in libera uscita dalla nostra scuola, il liceo Manzoni, passava per una provocazione bella e buona, perché ci era ben noto che quell’istituto era dominato politicamente dagli stalinisti…

Oggi ha un che di surreale, di astruso, con quegli aggettivi ideologici che sembrano messi dentro a casaccio, ma allora una simile situazione era il pane quotidiano della nostra vita. Era il fascino della militanza. E’ una storia irraccontabile, quella dell’ubriacatura politica di massa, perché nessuno che non l’abbia vissuta la capirebbe: ed è giusto che sia così. Quel decennio tra il Sessantotto e il delitto Moro che ha segnato la mia generazione ci ha lasciato in eredità la maledizione di non poterne spiegare la malìa a chi è arrivato dopo.

Bisogna immaginarli, quei primi anni Settanta nelle scuole e nelle piazze, mentre la spinta del cambiamento nel Paese continuava ad essere fortissima. Dopo i primi anni della contestazione e l’autunno caldo nelle fabbriche sembrava davvero che operai e studenti fossero saliti a cavallo della storia. Per la prima volta pareva che i giovani avessero vinto almeno un round nell’eterno match generazionale, nel confronto antagonista con i padri. E che quel round fosse quello decisivo, quello del KO che cambiava il mondo.

Tutto pareva possibile, tutto a portata di mano, nulla vietato. La passione sfrenata della politica ci contagiava e ci trasformava, ci faceva voraci nel cercare di possedere tutti gli argomenti, purchè fossero immediatamente utili per la comprensione della realtà, e commerciabili nell’arena del dibattito, dello scontro, della confutazione da saputelli, tra lampi di ingegno e lacune abissali. Si era capaci di inutili e sfiancanti distinzioni teoriche, di dispute che spaccavano il capello in quattro, ma poi di fronte agli avvenimenti veri non si usciva mai da un comune riflesso condizionato, che addossava le colpe ai soliti nemici, e ci sgravava da ogni responsabilità o autocritica.

La dietrologia infatti era il pascolo sterminato delle nostre discussioni di quegli anni, nel chiuso di collettivi e gruppi di studio, fumosi in tutti i sensi. Oggi si pensa a un movimento grande e spontaneo, libero e senza steccati. Ma in realtà tutto era meno che questo. Ci si era divisi e intruppati in mille gruppuscoli di azione politica, la gran parte dei quali impegnati a fingere di preparare la rivoluzione, a scavalcarsi a sinistra, a misurarsi l’un con l’altro. Era come una prosecuzione della guerra tra bande giovanili con altri mezzi. Ed è incredibile, col senno di poi, che così tanti giovani fossero stati contagiati da quella febbre politica nelle scuole secondarie e nelle università.

E’ durata quasi due lustri quella febbre, inebriante ed illusoria. Di lei purtroppo è rimasto un ceppo influenzale, il più resistente e il più dannoso, quello della sicumera e del complesso di superiorità, della pretesa di essere la parte giusta, l’unica di mano sulla strada della storia, il luogo della vera politica, quella degli ideali, opposta a tutti gli altri – riformisti, moderati e destre – considerati i bastioni degli egoismi e degli interessi. L’illusione di allora si è tramutata col passare degli anni in falsa certezza nostalgica ed elitaria, chiusa ai cambiamenti, cieca alle sconfitte, nicchia rassicurante contro una realtà che si è dimostrata così diversa dagli slogan, dai documenti, dai volantini.

Ma non si può capire un sogno solo quando è andato a male. Anche perché quel sogno fu soprattutto altro. Fu un percorso di formazione, di iniziazione. Un rito di passaggio che riguardò centinaia di migliaia di giovani, condizionandone e dilatandone l’adolescenza. Sì, altro: attraverso il piccolo leaderismo politico, la capacità di prendere posizione, di parlare in assemblea, di spiegare la guerra americana nel sud est asiatico o la centralità operaia si prendeva fiducia di noi stessi, si provava a far colpo sull’altro sesso, si acquisiva un ruolo tra gli amici, i compagni. L’autostima distorceva i rapporti con i professori, attraverso la pretesa di saperne più di loro, o di scegliere cosa fosse utile studiare e cosa no.

Nel giro di pochi anni quella mobilitazione permanente si sarebbe dissolta, e la fine di quella sbornia avrebbe consegnato la maggior parte di noi allo studio vero e al lavoro. Molti, davvero molti, divennero giornalisti. Ho sempre pensato che ciò sia avvenuto perché in fondo questo mestiere era la cosa più vicina all’antica passione: conoscere il mondo per cambiarlo, per rivoluzionarlo, o poi, più realisticamente, per raccontarlo. Usare il proprio protagonismo e la capacità di parlare in pubblico per intervenire in assemblea, o poi, più proficuamente, per gestire un collegamento, o condurre un programma.

Quasi tutti i conduttori televisivi di trasmissioni politiche e affini escono da quell’esperienza. E non solo quelli il cui cuore batte ancor oggi a sinistra. Per molti di loro l’esperienza della militanza giovanile è ormai solo un ricordo adolescenziale, che riporta ad anni ruggenti. Altri se la sono proprio dimenticata. E così è in generale per i tanti che a vario titolo parteciparono a quel lungo carnevale dell’impegno giovanile. Qualcuno però tra quei fumi ideologici era destinato a perdersi, fino a trovarsi con le armi in mano, nel clima plumbeo del terrorismo.

Erano vicini gli anni della “perdita dell’innocenza”. Con Guido e Coniglio studiavamo al Liceo Manzoni, e quella missione al Cattaneo era più o meno una prova di coraggio. Il piccolo gruppo libertario al quale aderivamo si riuniva in via Scaldasole, dietro corso di porta Ticinese, dove pochi anni prima il commissario Calabresi era andato ad aspettare l’anarchico Pinelli per portarlo in Questura, nell’ultima sera della sua vita. Noi non facevamo male a una mosca, e dovevamo se mai stare attenti, perché i gruppi più forti, tutti marxisti-leninisti, avevano i loro servizi d’ordine immancabilmente portati a menare le mani e agitare le spranghe.

Era anche stato il rischio di quella mattina, che invece passò del tutto liscia. Vendemmo poche copie, è vero, ma ci lasciarono in pace. Alla fine un energumeno con un eskimo fuori stagione ci venne a salutare quasi cordialmente: “Ciao compagni!”. E poi, di filato e senza cambiare tono: “Non provate a tornare. Mai più…”. La prendemmo larga, per tornare al Manzoni. Imboccammo via De Amicis e ci fermammo in un bar, a brindare a quella vittoria non-violenta; o per dirla più sincera, a quello scampato pericolo. Proprio in quella stessa via, poco più di cinque anni dopo, a vincere sarebbe stata la violenza, in un pomeriggio che avrebbe cambiato le vite di due di noi.

Gli scontri del 14 maggio 1977 tra gruppi autonomi e terzo reparto celere portarono alla morte dell’agente Antonio Custra, ucciso da un colpo di pistola. Fu un tornante cruciale, la prova generale per il passaggio al terrorismo di quei gruppi. Gli autonomi avevano preso d’assalto il reparto di polizia, sparando ad altezza d’uomo, incuranti della presenza dei fotografi. Un’immagine scattata quel pomeriggio sarebbe diventata il simbolo di quella stagione senza pietà né senso: vi si vede un giovane col volto coperto da un passamontagna ritratto mentre prende la mira, la pistola impugnata con entrambe le mani, le braccia tese e le ginocchia piegate. Quel giovane si chiamava Giuseppe Memeo, destinato come i suoi compagni a diventare un assassino.

Un’altra foto rimasta nella storia degli anni di piombo riprendeva tre dei manifestanti. Uno sparava, gli altri due gli stavano vicini, pronti alla fuga. Da quello scatto furono identificati, arrestati e condannati: si chiamavano Azzolini, Grecchi e Mandrini. Per sorte erano tutti e tre studenti del Cattaneo. Per sorte il loro capo militare, quello che diede l’ordine di attaccare la polizia, era Mario Ferrandi, il mio amico Coniglio. Lui non venne individuato, e i tre non ne parlarono nel processo, che li condannò a pene pesanti.

Ne trovò altri di guai, Coniglio, e di peggiori. Entrò nella lotta armata, militante di Prima Linea. “Avevamo vent’anni, gli ormoni a mille, e credevamo di essere in guerra”, ricordò molto più tardi. Si giocò la vita fino a un certo punto, poi fu arrestato, e maturò il suo pentimento. Aveva ucciso e ferito. Lo rividi nel 1986, era impegnato nelle comunità di recupero. Quel giorno era insieme a don Riboldi: ebbi la sensazione che si sentisse sopravvissuto a sé stesso, e che volesse solo essere dimenticato. Ma non era finita, un altro pezzo del suo passato stava per ripresentarsi davanti a lui, nel modo più impensabile.

Nel 1987 un giovane magistrato milanese, che aveva riaperto molti fascicoli sui delitti politici degli anni Settanta, si ritrovò davanti la famosa foto dello sparatore di via De Amicis. Dietro di lui, sullo sfondo, appariva accanto a un albero un uomo con una macchina fotografica, che stava inquadrando la stessa scena dal campo opposto: ma nessuno aveva mai visto immagini scattate da quella prospettiva. Fece identificare il fotografo, e ordinò che la sua abitazione venisse perquisita. Nascosta tra le pagine di un libro saltò fuori la sequenza di cinque scatti che avrebbe fatto emergere la verità.

Le foto erano nitide, e incrociate con le altre già note permettevano di ricostruire l’azione.. Davanti a Memeo, a Grecchi, Sandrini e Azzolini c’era Marco Barbone, e più avanti ancora un altro giovane con la pistola in pugno, il cui nome non era mai entrato nell’inchiesta. Fu riconosciuto per gli stivaletti e il passamontagna, di una foggia particolare. Era lui, Mario Ferrandi detto Coniglio.

Convocato in Procura, Coniglio collaborò da subito. Le tessere del mosaico andavano una ad una al loro posto, per comporre la scena di quel giorno. La manifestazione era la risposta di Autonomia Operaia all’uccisione della giovane romana Giorgiana Masi (su cui forte era il sospetto di una responsabilità delle forze dell’ordine) e all’arresto di alcuni avvocati milanesi di Soccorso Rosso (la rete di tutela legale dei militanti di ultrasinistra). I dimostranti, diverse centinaia, si erano radunati davanti al carcere di San Vittore, dov’erano rinchiusi gli avvocati. Oreste Scalzone, leader di Autonomia, diede indicazione di raggiungere in corteo piazza Duomo.

Attraversando via De Amicis, trovarono alla loro destra, a un centinaio di metri, il terzo reparto della celere. Fu quasi certamente una fatalità, perché nessuno sapeva che i manifestanti sarebbero passati di lì. Alla visione degli agenti schierati, Coniglio diede l’ordine “Romana fuori!”. I militanti del collettivo autonomo di porta Romana si staccarono dal corteo. Erano tutti armati, per la prima volta. Per rendere il gruppo meno esposto fu fermato, messo di traverso e dato alle fiamme un filobus della linea 96. Poi vennero lanciate delle molotov. La polizia allora rispose con un ripetuto lancio di lacrimogeni.

La situazione precipitò quando Memeo per primo tirò fuori la pistola e cominciò a sparare ad altezza d’uomo. A quel punto tutti lo seguirono. Uscivano allo scoperto, sparavano uno, due colpi, e tornavano a ripararsi dietro le auto o nei portoni. Un edicolante rimase ferito da un colpo di fucile a canne mozze. Era stato Marco Barbone, l’unico a sparare con quel tipo di arma (Memeo e Barbone: anni dopo il primo avrebbe ucciso il gioielliere Torregiani, l’altro il giornalista Walter Tobagi). La battaglia durò una interminabile decina di minuti, in mezzo al fumo dell’autobus che bruciava, all’aria acida dei lacrimogeni, alla polvere da sparo. Al primo momento di pausa si ritirarono e fuggirono. Nessuno si era reso conto di aver colpito un poliziotto. Coniglio, come il resto del gruppo seppe solo in serata che un agente era stato gravemente ferito.

Tutti lasciarono Milano per nascondersi. Solo dopo molto tempo fecero un’indagine interna per capire chi fosse responsabile dell’omicidio. Senza risultato: perché nessuno di loro aveva una pistola come quella che i giornali avevano descritto come l’arma del delitto. Si era detto infatti che il vicebrigadiere era stato ucciso da un proiettile calibro 6,35. No, gli rivelò il giudice istruttore, il colpo mortale era stato esploso da una 7,65. Quell’arma ce l’avevano in quattro: e documento dopo documento, foto dopo foto, di fronte agli elementi che il magistrato gli aveva messo davanti, Coniglio finì per rendersi conto di quello che lui stesso non aveva mai sospettato: che quasi certamente Custra era morto per un colpo sparato da lui. In termini brutali, era lui l’assassino.

Tutto questo Mario Ferrandi detto Coniglio raccontò e ammise, aprendosi con quel magistrato, che evidentemente era riuscito a guadagnarsi la sua fiducia. Del resto si conoscevano da quasi vent’anni. Perché a raccogliere quella terribile confessione, in capo a una lunga serie di interrogatori, la sorte gli aveva messo davanti il giudice istruttore Guido Salvini. Era proprio lui, Guido. Il suo amico di un tempo.
La vita li aveva rimessi uno davanti all’altro nei ruoli più distanti, il giudice e l’assassino. Nessuno sa se nelle pieghe di quei colloqui il discorso sia mai scivolato sui loro ricordi lontani. E io qui certo non posso provare a immaginarmi un simile dialogo. Credo che solo un Durrenmatt saprebbe raccontare quella situazione e l’incredibile equilibrio che si dev’essere stabilito tra loro, per arrivare a conoscere, e a riconoscere, la verità dei fatti.

Posso invece capire perché Salvini, un magistrato che si è conquistato sul campo reputazione e credibilità, abbia sempre voluto tacere questa antica amicizia e militanza comune. Per rispetto della sua stessa funzione e per pudore, e per tutelare Coniglio dal sospetto di un trattamento privilegiato che, verbali e ordinanze alla mano, certo non c’è stato. Forse fu tentato di accennarlo a Mario Calabresi, che lo andò a trovare proprio per farsi raccontare la storia di Coniglio e della sua vittima, che troviamo nel suo bellissimo libro, “Spingendo la notte più in là”. Ma non lo fece.

Calabresi però ha colto qualcosa di più importante: ci ha aiutato a sciogliere un grumo che sempre oscura le vicende di quegli anni, e anche questo racconto. Ho riferito la storia di tre giovani che facevano il liceo insieme, uno diventato giudice, uno terrorista, l’altro giornalista. Ma la storia aveva un quarto protagonista, della nostra stessa generazione. Lo abbiamo rimosso. Nelle mie parole non ha avuto diritto neppure per una piccola parte all’attenzione e alla passione dedicate alle storie di Coniglio e di Guido.

Non sapevamo nulla, e nulla ci eravamo curati di conoscere di lui, di Antonio Custra, morto a 25 anni per il colpo sparato in via De Amicis. Chi era, com’era, da dove veniva, perché si era arruolato. Se l’avessimo fatto avremmo anche saputo che era sposato, e che se il proiettile sparato da Coniglio non l’avesse colpito a morte sarebbe diventato padre due mesi dopo. La cronaca, e un po’ anche la Storia, si fa attrarre irresistibilmente da chi è restato sulla scena, vincitore o vinto che sia, e appiattisce senza pietà la figura delle vittime, di cui spesso ci restituisce solo dei volti fissati in una fototessera, quando non unicamente dei nomi.

A lui andò ancora peggio: per decenni il nome di Antonio Custra è stato anche storpiato, come si fa scempio di un corpo o di una lapide. Sia il nome di battesimo, distorto in Antonino, sia il cognome, accentato in Custrà. Una colpevole sciatteria che dice tutto della nostra insensibilità per quel giovane uomo, vittima di altri giovani che inseguendo la rivoluzione rovinarono la loro vita e distrussero la sua. Grazie a Mario Calabresi la vittima del terrore Antonio Custra ha riavuto la sua identità, grazie a lui la figlia Antonia e Coniglio si sono incontrati trent’anni dopo per provare a dare un senso a quell’orrore, per parlarsi di un uomo che nessuno dei due aveva mai conosciuto, e per continuare a vivere.

 

ENRICO MENTANA