Dal primo giugno scatta la tassa Airbnb

Le aliquote

La cedolare secca sui contratti di locazione è applicabile agli immobili residenziali a condizione che sia il proprietario sia l’inquilino siano privati. Nel caso delle locazioni brevi si applica l’aliquota del 21% che assorbe tutte le imposte sul reddito e sui contratti di oltre 30 giorni consente di evitare anche l’imposta di registrazione, pari al 2% sul canone annuo; l’importo però in questo caso va suddiviso tra proprietario e inquilino. La cedolare invece non esime dal pagamento dell’Imu e della Tasi. Esiste anche un aliquota agevolata della cedolare, al 10% ma si applica solo nel caso delle locazioni a canone concordato tra associazioni di proprietari e inquilini. Per questi particolari contratti è previsto anche uno sconto del 25% sull’Imu.

Il ricorso alla cedolare non è obbligatorio: si può infatti optare per le regole ordinarie dell’Irpef: il provento dei canoni viene abbattuto del 5% (15% solo a Venezia e comuni lagunari) e si aggiunge agli altri redditi del contribuente che deve pagare anche le addizionali regionale e comunale. Come vediamo dalla tabella con al cedolare secca 10mila euro di canoni pagano 2.100 euro di tasse. Con l’Irpef ordinaria un contribuente milanese con 30mila euro di altri redditi pagherebbe sui canoni 3.849 euro; un romano con 60mila euro ne spenderebbe 4.287. Come tutte le imposte flat, la cedolare secca è quindi «regressiva», perché favorisce i redditi più alti.