Mamma Benedetta dona il fegato a sua figlia: “Mi ha dato la vita una seconda volta”

Il primo è avvenuto il 16 marzo 2001 ed è stato anche il primo a livello italiano. Allora è un figlio 32enne a donare il fegato al padre sessantenne. Nessuna legge al quel tempo disciplina esattamente la materia. Così per eseguirlo è necessario il benestare dell’allora ministro della Salute, Umberto Veronesi. «Per quel tipo di trapianto in Italia non c’era ancora un’autorizzazione formale — ricorda Luciano De Carlis, alla guida della Chirurgia dei trapianti —. Il figlio mi dice che lui e suo padre sono pronti ad andare in Germania per fare l’intervento. Allora il ministero ci dà un’autorizzazione speciale. Non mi dimenticherò mai la telefonata con Veronesi, alle 9 di sera. Ci chiede più informazioni sul caso arrivato sulla sua scrivania. E aggiunge: ve la sentite? Il giorno dopo è tutto pronto nelle due sale operatorie».

Sedici anni dopo, è ancora il Niguarda in prima linea a livello italiano. Con un nuovo record. Due équipe — da nove professionisti ciascuna — eseguono contemporaneamente gli interventi: il prelievo e il trapianto. Quattro ore di sala operatoria per mamma Benedetta, otto per Barbara, la figlia che fino all’ultimo non vuole un simile sacrificio della madre. «Me l’ha tenuto nascosto fino alla fine: tutti gli esami per capire la compatibilità immunologica e morfologica li ha eseguiti di nascosto. Senza mai dirmi nulla — racconta —. L’ha voluto fare perché io ero in lista d’attesa per un trapianto da cadavere, ma mi sono aggravata a tal punto da rischiare la vita. Me l’ha ridata lei, per la seconda volta». Sottolinea De Gasperi, a capo dell’Anestesia e della Rianimazione 2: «Abbiamo studiato la compatibilità, sotto tutti i punti di vista, sia genetico sia anatomico, ed abbiamo constato che poteva essere la soluzione ideale». Adesso Barbara, nella stanza 43 del reparto ad alta intensità di cure, guarda al futuro: «Finalmente ho ritrovato la speranza».

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