Franco Gabrielli: “Io servo lo Stato non il governo. Sul segreto delle indagini il Csm mi ha offeso”

Franco Gabrielli: “Io servo lo Stato non il governo. Sul segreto delle indagini il Csm mi ha offeso”

L’ira del capo della Polizia dopo le polemiche suscitate dal caso Consip e dalla sua direttiva che obbliga gli agenti ad informare i superiori sugli sviluppi delle inchieste. “Le nuove norme – spiega – mirano proprio ad evitare prassi opache”

ROMA – Seduto nel suo ufficio al Viminale, il capo della Polizia Franco Gabrielli va dritto. E non sono parole rubate. «Non sopporto il paradigma della doppia morale. Il “si fa, ma non si dice”. Mi offende come servitore dello Stato aver dovuto leggere in questi giorni le motivazioni con cui la sesta commissione del Consiglio superiore della magistratura raccomanda al plenum di sollecitare il governo Gentiloni a modificare la norma che, lo scorso agosto, ha introdotto l’obbligo per la polizia giudiziaria di trasmettere alla scala gerarchica notizie sulle informative di reato e sui loro sviluppi. Perché quella norma, si dice, sarebbe un tentativo fraudolento di sterilizzare l’azione della magistratura. Una grave interferenza nel segreto delle sue indagini. Come se il sottoscritto e i vertici delle forze dell’ordine non avessero giurato fedeltà alla Costituzione, ma alla maggioranza di governo del momento».
La storia repubblicana qualche doppia fedeltà l’ha documentata.
«Io servo la mia funzione con onore e disciplina. E, soprattutto, do una notizia».

Quale?
«Il Re è nudo. E, in questo Paese, lo sanno anche i bambini. Per quanto riguarda l’Arma dei carabinieri, esiste un obbligo di riferire in via gerarchica al Comandante generale dal 2010. Fu introdotto con un regolamento, neanche con una legge. E, tuttavia, nessuno fiatò. Nella Guardia di Finanza vige lo stesso principio. E, per quanto mi riguarda, non avevo certo bisogno di una legge per acquisire notizie dalla polizia giudiziaria. Il capo della Polizia, da sempre, quelle notizie le ha. E avrebbe continuato ad averle. In ogni caso. La differenza è che ora, grazie alla legge, questo flusso informativo di notizie riservate è trasparente, regolamentato, dunque fissa delle responsabilità in capo alla catena gerarchica. A partire dal sottoscritto. La verità, quindi, è che quella legge non serve né al presidente del Consiglio, né ai colletti bianchi che finiscono sotto inchiesta. Serve a impedire che gli ufficiali di polizia giudiziaria si trovino stretti tra un pm e la loro catena gerarchica. E che se qualcosa va storto, se le notizie finiscono dove non dovrebbero, a volare siano solo gli stracci».