Franco Gabrielli: “Io servo lo Stato non il governo. Sul segreto delle indagini il Csm mi ha offeso”

Gli sviluppi anche di queste ultime ore della vicenda Consip e l’inchiesta sulle fughe di notizie e depistaggi del Noe dei carabinieri qualche dubbio lo fanno venire sull’uso interno agli apparati che delle notizie di indagine viene fatto.
«Il lavoro che la Procura di Roma sta facendo sulla vicenda Consip dimostra esattamente il contrario di ciò che a questa storia si è fatto dire. Se la trasmissione delle notizie in via gerarchica è disciplinata e quindi trasparente, viene sottratta a prassi non scritte e opache. A ricatti o paranoie. Rende le responsabilità chiare. Perché è agevole ricostruire chi doveva sapere cosa. E, a quel punto, chi ha sbagliato paga. E paga in modo esemplare il tradimento del giuramento di fedeltà alla Costituzione. Sia nell’ipotesi che abbia tradito il vincolo del segreto per avvantaggiare chicchessia. Sia in quella che, coprendosi con il segreto, abbia per questo commesso abusi o illeciti di polizia giudiziaria. Mi creda, il livello di disonestà intellettuale utilizzato nella vicenda Consip per sostenere che in questo Paese esistono pochi cavalieri bianchi le cui mani vengono legate da vertici di Polizia corrivi con la Politica e le sue convenienze, servi di un progetto eversivo che avrebbe dovuto cambiare prima la Costituzione e poi mettere in un angolo la magistratura, è pari solo allo sconforto che provo pensando al pregiudizio da cui questa falsità muove».

Di quale pregiudizio parla?
«Quello per il quale quando si parla di Corpi dello Stato e Istituzioni, si ritiene che una categoria interpreti meglio il principio di fedeltà repubblicana di altre. Bene, la mia esperienza di poliziotto mi ha insegnato che l’abito, non necessariamente, e soprattutto spesso, non fa il monaco. Quindi, non credo di dire un’eresia se chiedo che alla catena gerarchica custode di notizie riservate vada garantita la stessa presunzione di innocenza e buona fede che, in questo Paese, viene riconosciuta a qualsiasi pm. E poi, me lo lasci dire, dobbiamo metterci d’accordo una volta per tutte».

Su cosa?
«Parliamo di sicurezza, prevenzione, nuovi modelli di difesa civile. E allora qualcuno mi dovrebbe spiegare di cosa si dovrebbe occupare o come potrebbe incidere un capo della Polizia o il vertice di una forza dell’ordine privo di qualsiasi notizia. Ormai, al mondo, non esiste più nessuno, quando si parla di sicurezza, che non riconosca che l’unico principio cui ispirare strategie di prevenzione efficaci sia quello olistico. Vale a dire il principio che dimostra come organismi complessi, come nel caso della sicurezza, non siano riconducibili alla semplice somma delle loro parti. Noi che vogliamo? Sosteniamo che lo scambio di informazioni è fondamentale, ad esempio, nelle strategie antiterrorismo e di prevenzione e sicurezza. Ma come la mettiamo se, a quanto pare, la circolazione di quelle notizie è un attentato alla qualità della nostra democrazia e alla sacralità del segreto di indagine? Poi che diciamo ai 1500 feriti di piazza san Carlo?».