Sicurezza, dotazioni patacca agli agenti. Cantone boccia le gare del Viminale: “Prezzi gonfiati e scarsa trasparenza”

Dieci anni fa era lo scandalo delle divise acquistate in stock dalla Polonia con un risparmio più che altro sulla grammatica: sul retro c’era scritto “Polizzia” con una “z” di troppo. Furono buttate tenendo le scarpe che avevano però i numeri spaiati: il 44 col 41 e così via. Poi hanno continuato a piovere fondine, cinturoni e divise. E se oggi metti in fila cinque agenti della stessa unità coi pantaloni nuovi di zecca è facile che non ce ne sia uno dello stesso colore: grigio, azzurro e carta da zucchero. Ma questo è colore, appunto, il problema sono i kit antisommossa da aggiustare col cacciavite, i caschi ignifughi che alla prova del fuoco si fondono come una latta e i giubbotti antiproiettile da 610 euro l’uno che al balipedio del Banco nazionale di prova non hanno retto pallottole né armi da taglio.

Esempi passati e recenti della logica del “massimo ribasso” applicata alla spesa per “materiali di armamento, equipaggiamenti e indumenti speciali per l’operatività della Polizia di Stato”. Una voce del bilancio del Ministero degli Interni che effettivamente è scesa dai 18 milioni del 2016 agli 8 previsti per quest’anno e per il 2018. Il problema è che vestendo da capo a piedi gli agenti con indumenti e dotazioni di sicurezza che ne mettano a rischio l’incolumità forse si spende meno, ma non meglio. I sindacati lo denunciano da tempo, ora è l’Anac a dire qualcosa in merito: il vero problema sono le gare. Non di un ente qualunque ma del Viminale.