Il vescovo Negri critica il Papa: ‘Chiesa non tifi per lo Ius soli’

Il vescovo emerito di Ferrara, Luigi Negri, attacca su Ius Soli e accoglienza dei migranti: “Valutarne il costo economico e sociale”

“L’accoglienza deve essere affrontata a partire dalla considerazione di tutti i fattori implicati, in particolare quello della possibilità reale, anche solo dal puntdi vista numerico, di accoglienze che non siano più indiscriminate”.

Lo dice senza mezzi termini monsignor Luigi Negri, vescovo emerito di Ferrara, volto noto dei tradizionalisti cattolici e eminenza non certo nelle grazie di Papa Francesco. Parla di Ius soli e accoglienza, temi da Negri già affrontati durante il suo mandato in Emilia Romagna, quando invitava i governi locali e nazionali a pensare anche ai poveri italiani e non solo agli immigrati.

“Non è possibile affrontare tali delicate questioni prescindendo dalla valutazione del «costo» – dice Negri in un articolo pubblicato su La Verità – non soltanto economico ma anche umano e sociale, di tale accoglienza (…) A me pare (e sin dai primi momenti io mi ero mosso in questa direzione) che considerare tutti i fattori, e considerarli a tutti i livelli, prima ancora di produrre un giudizio del tipo «tutti dentro» o «tutti fuori», sia assolutamente necessario per chi volesse operare non solamente con realismo e saggezza ma anche con salutare gradualità”.

Il ragionamento del vescovo emerito non fa una piega. E attacca chi invece ha affrontato la questione immigrazione in maniera ideologica. Poco consona non solo a chi deve guidare un Paese, ma anche a chi è espressione della vita religiosa di uno Stato. O della Chiesa. Sullo Ius soli, la cittadinanza ai figli degli immigrati, la storia è più “complessa”, ma ugualmente critica. La legge “considerata a torto o a ragione come elemento fondamentale di una vera integrazione” è sbagliata, perché la cittadinanza “non può diventare oggetto di una concessione automatica né meccanica che non implichi la valutazione dei fattori che sono in gioco, di tutti i fattori e a tutti i livelli”. E tra i fattori in campo cìè anche la tradizione di un’Europa cristiana (che si è dimenticato di esserla).

“Di fatto è in gioco una realtà di storia, tradizione, cultura, lingua e, in senso più ampio, di popolo che si pensa, o si decide, di poter concedere meccanicamente a chi o non ne è partecipe originariamente o non né è proprio partecipe, o addirittura non ne vorrebbe essere partecipe (…) Il problema della concessione della cittadinanza implica dunque l’apertura, nell’ambito dell’integrazione, di un dialogo fra le parti in gioco, senza che nessuno possa pretendere che gli sia concesso automaticamente ciò che da nessuna struttura della vita politica e giuridica del nostro Occidente è stato mai concesso in modo meccanico”.