«Ci sono nuove prove, riaprire l’indagine su Emanuele Scieri, il parà morto in caserma a Pisa»

Da aprile esiste una commissione parlamentare. Era il 2013 quando a Siracusa, la città di Scieri, la madre del ragazzo e i giovani dell’associazione “Verità e giustizia per Lele” bussarono alla porta dell’avvocato Sofia Amoddio, appena diventata deputato. Le chiesero di impegnarsi per dare vita a una commissione d’inchiesta e lei, come in legal thriller americano, prima li scoraggiò dicendo che non pensava ci fosse la minima possibilità, poi si appassionò al caso al punto da incassare l’ok alla commissione. La prima dopo diversi tentativi falliti. Di anni ne sono passati ancora, il padre di Emanuele, Corrado, è morto da tempo dopo essersi visto respinta la richiesta di risarcimento ma qualcosa, finalmente, sembra muoversi. Allora tornano in mente le parole di un investigatore di quei giorni del 1999. “Vedrete, tra vent’anni qualcuno si farà avanti…”. Una profezia, ora che di anni ne sono passati davvero quasi venti e i vecchi testimoni vengono riascoltati dalla commissione. Tutto per allargare uno spiraglio di luce in quell’angolo di caserma dove, alle 14 di lunedì 16 agosto, quasi tre giorni dopo l’ultima telefonata, Lele Scieri venne trovato morto. Il corpo spuntava da sotto un tavolino, ai piedi della torre usata per asciugare i paracaduti dopo ogni lancio. Un volo di una decina di metri, almeno sei ore di agonia. La notizia venne diffusa dal comando militare con uno stringato comunicato di quattro righe. Troppo poco per spiegare la fine di un ragazzo “sparito” per tre giorni in una caserma dello Stato, seppur svuotata dal Ferragosto, e ricomparso soltanto da morto.

All’incidente o al suicidio nessuno ha mai creduto, lasciando spazio a un’altra pista: il nonnismo. Una minaccia in quegli anni di naja obbligatoria: tanto per avere un’idea, in Italia, nel 1998, erano state 268 le denunce di prepotenze dei militari più anziani (i nonni) alle reclute (i fratellini). Ricapitolando: Lele sarebbe stato costretto a salire per un rito di iniziazione o una prova di forza su quella scala alta trenta metri per poi precipitare. Questo il sospetto. Che nessuno, fino ad oggi, è riuscito a provare, ma neppure a smentire.

Nei primi giorni di indagine, le parole diventarono un vortice che tutto ha confuso, travolto, cambiato. A cominciare dalla Brigata Folgore, anni di battaglie e missioni di pace, caduti e orgoglio, un rapporto mai semplice con le città toscane che ne ospitano le caserme. Il generale Calogero Cirneco, comandante della scuola di addestramento di Pisa: “Forse voleva ammirare le luci della caserma dall’alto, oppure, che so, cercare una ricezione migliore per il telefonino”. E ancora: “Se il nonnismo è un fenomeno in crescita, è perché i ragazzi sono più deboli di un tempo. Trent’anni fa, fare cinquanta flessioni era normale. Adesso se un anziano te ne chiede dieci, dico dieci, subito si parla di nonnismo”. Altre parole, quelle pronunciate, dopo l’autopsia, dal medico legale di fiducia della famiglia, Francesco Coco: “È stato fatto salire sulla scala e dopo la caduta non è morto subito. Se l’avessero cercato, non sarebbe finita così, il ragazzo ce l’avrebbe fatta”. E poi le mosse incaute. Come quella del carabiniere che, appena trovato il corpo di Lele, prese dal marsupio il cellulare del ragazzo e chiamò il proprio telefonino per scoprirne il numero.

In mezzo a questa nebulosa, non è stato facile orientarsi, se si pensa che ancora oggi, ci sono dubbi persino sul punto esatto dove è morto Lele (come è

possibile precipitare da una scala e finire con il corpo sotto un tavolino?). “La Sicilia è la Svizzera rispetto all’omertà della caserma”, disse l’avvocato della famiglia, mentre Lele veniva chiuso in una bara avvolta nel tricolore. Accanto al corpo c’era il certificato di morte con su scritto due parole in stampatello: cause accidentali. Una spiegazione che in diciassette anni nessuno ha avuto la forza – e la pietà – di rendere più chiara.