Uccisa a coltellate sotto gli occhi del figlio 17enne, la cronaca della triste storia di Anna Rosa

Quella di Anna Rosa Fontana è la storia di una morte annunciata. Cinque anni prima dell’agguato a Matera, Anna Rosa era stata vittima di un tentato omicidio ad opera di quello che sarebbe stato il suo assassino: Paolo Chieco, il suo ex compagno e padre della loro bambina. Due aggressioni, la prima davanti al figlioletto di 7 anni, la seconda ancora una volta in presenza di un figlio minore; in mezzo, cinque anni e provvedimenti punitivi e restrittivi blandi. La storia di mamma Anna Rosa è quella di tutte le donne che denunciano e soccombono.

Trent’anni anni e due figli avuti a vent’anni, inizia la storia con Paolo Chieco dopo il divorzio. Lui ha quindici anni più di lei, è un ex macellaio senza fissa occupazione e vive con la madre a pochi passi dalla casa di Anna Rosa, al 333 di via Lucana. Insieme Anna Rosa e Paolo hanno una figlia, ma lui diventa presto geloso, ossessivo e violento. In più non ha un lavoro, così dopo le prime denunce di aggressione Anna Rosa viene trasferita prima in una casa famiglia e poi presso il domicilio della madre.

Paolo reagisce male alla separazione, controdenuncia la ex compagna e infine, nel 2005, dopo averla perseguitata e minacciata, le tende un agguato sotto casa. Sotto gli occhi del figlio di sette anni la trascina nello scantinato e le scarica addosso una pioggia di coltellate, poi chiama le forze dell’ordine: “Ho ammazzato la mia convivente, vi aspetto”. Miracolosamente Anna Rosa sopravvive a quella furia e Chieco viene rinviato a giudizio per tentato omicidio. Il 7 novembre 2006 il giudice lo condanna a in 12 anni e 6 mesi, che diventano 8 anni e 4 mesi con il rito abbreviato. In cella, però, Chieco resta poco. La reclusione viene commutata in arresti domiciliari.

A casa, insomma, che si trova a pochi passi da quella di Anna Rosa, dove la spia con il binocolo. Lei lo denuncia e la polizia interviene. Sequestrando il binocolo. In appello a Chieco vengono concesse le attenuanti generiche che decurtano la pena a sei anni. L’indulto del 2006 fa il resto e Chieco torna libero nel 2009. Il prezzo pagato per aver dato quindici coltellate alla madre di sua figlia è stato due anni di cella e uno di arresti domiciliari. Nulla che possa scoraggiarlo dal tormentare Anna Rosa, che per contro, cerca a protezione dei carabinieri a cui indirizza numerose denunce, fra le quali c’è ancora una volta un aggressione a scopo omicida.

Lui la attira in auto con l’inganno, la trascina sul ciglio di un burrone. “Niente a me e niente a nessuno. Ti farò morire lentamente” è la sua terribile minaccia, che presto passa ai fatti. Chieco cerca di strangolarla e gettarla di sotto. “Allora, sei pronta vuoi dire le ultime preghiere? Stai diventando nera, stai morendo”. Anche stavolta Anna Rosa si salva e denuncia, ma l’unico reato riconosciuto in questo terribile episodio è quello di stalking. A Chieco viene intimato di non avvicinarsi all’abitazione di Anna Rosa Fontana, a 300 metri da casa sua.

Le ultime richieste di aiuto di Anna Rosa
Il 7 dicembre dicembre 2010 Anna Rosa Fontana chiama ancora una volta aiuto. La polizia, che non ha giurisdizione sul territorio dove avvengono i fatti, la rimbalza ai carabinieri che, nel rispondere al telefono le fanno presente che non possono fare niente, anche se l’uomo che la perseguita ha violato l’ordinanza restrittiva che gli vieta di avvicinarsi a lei. “Dille di non chiamare più”, dice un militare al collega che ha risposto alle chiamate. Saranno costretti a intervenire e arriveranno in via Lucana, alla fine, dopo diverse chiamate del figlio diciassettenne di Anna Rosa, che ha assistito all’agguato. L’ambulanza la soccorrerà mentre è inginocchiata sugli scalini di casa con un coltello conficcato nella schiena. Mancavano solo pochi passi per chiudersi dietro il portone che l’avrebbe – almeno quello – protetta dal suo carnefice.

Oggi Paolo Chieco sconta una condanna a 30 anni di carcere per l’omicidio di Anna Rosa Fontana. I figli della vittima hanno presentato una richiesta di risarcimento di 13,2 milioni di euro ai ministeri dell’Interno e della Difesa responsabili della presunta condotta omissiva delle forze dell’ordine, che quella sera nonostante le molte telefonate, non intervennero.