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Si tratta del sistema di incentivazione introdotto proprio con la nomina di Cattaneo alla guida del gruppo: i manager avrebbero potuto incassare nel 2019, raggiunti gli obiettivi finanziari indicati dal piano industriale al 2018, un bonus speciale fino a 50 milioni, l’80% in azioni, il restante 20% cash. Nel 2016 Cattaneo aveva già maturato, con i risultati raggiunti (e in particolare con la crescita dell’Ebitda) 9,3 milioni, che avrebbe però potuto incassare solo nel 2020. Inoltre, attualmente, l’ad uscente detiene 1,5 milioni di azioni ordinarie della società.

Il sigillo sul divorzio non placa le polemiche. A partire da Asati, l’associazione dei piccoli azionisti Tim: «Ci auguriamo – sottolineano con rammarico per le scelte del board – che la chiusura dell’era Cattaneo significhi anche chiusura dell’era di compensi/bonus monstre». Un compenso criticato un po’ da tutte le forze politiche, a partire dalla Lega che parla di «cifre disgustose».

Ma anche il Pd prende vigorosamente le distanze: «Noi siamo quelli del tetto di 240mila euro nella pubblica amministrazione dove prima c’erano retribuzioni anche quattro volte più alte», rivendica Ettore Rosato esprimendo «imbarazzo di fronte a queste cifre». Ma oltre a ‘queste cifre’, c’è il nuovo corso di un’azienda chiave per le infrastrutture tlc del Paese.

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