500 kg di tritolo cancellano la vita di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro

Il pomeriggio del 23 maggio 1992 il giudice antimafia Giovanni Falcone atterrava a Punta Raisi, su un volo da Roma. Lo attendevano la sua scorta e la moglie,Francesca Morvillo. Pochi minuti dopo le Fiat Croma e la Thema blindate imboccavano con sirena e lampeggianti l’autostrada A2 verso Palermo. Al volante di una delle auto c’è Falcone, a cui piace guidare veloce . Accanto a lui la moglie e dietro l’autista Giuseppe Costanza.

Alle 17,56 il convoglio è all’altezza dello svincolo di Capaci, a tutta velocità su un cavalcavia che già due settimane prima era statoimbottito di tritolo dagli uomini di Cosa Nostra. Agli ordini della cupola dei Corleonesi, i “picciotti” agivano già in un quadro di guerra mossa dalla mafia allo Stato. Pochi mesi prima era stato ucciso Salvo Lima e le condanne del maxiprocesso di Palermo erano state confermate. La situazione politica del paese passava attraverso la bufera di tangentopoli e tra le picconate del dimissionario Francesco Cossiga.

La Strage di Capaci è l’attentato mafioso in cui il 23 maggio 1992, sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

All’attentato sono sopravvissuti: Paolo Capuzzo, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e Giuseppe Costanza.

L’uccisione di Giovanni Falcone venne decisa nel corso di alcune riunioni della “Commissione” regionale e provinciale di Cosa Nostra, avvenute tra il settembre-dicembre 1991 e presiedute dal boss Salvatore Riina, nelle quali vennero individuati anche altri obiettivi da colpire; nello stesso periodo, avvenne anche un’altra riunione nei pressi di Castelvetrano (a cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano), in cui vennero organizzati gli attentati contro il giudice Falcone, l’allora ministro Claudio Martelli e il presentatore televisivo Maurizio Costanzo.

In seguito alla sentenza della Cassazione che confermava gli ergastoli del Maxiprocesso (30 gennaio 1992), la “Commissione” di Cosa Nostra decise di dare inizio agli attentati: per queste ragioni, nel febbraio 1992 venne inviato a Roma un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani (Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella, Francesco Geraci), che avrebbero dovuto uccidere Falcone, il ministro Martelli o in alternativa Costanzo, facendo uso di kalashnikov, fucili e revolver; qualche tempo dopo però Riina fece tornare il gruppo di fuoco perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito in Sicilia adoperando l’esplosivo.

Nei mesi successivi, i boss Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi (rispettivamente capimandamento di San Lorenzo, della Noce e di Porta Nuova) compirono alcuni appostamenti presso l’autostrada A29, nella zona di Capaci, per individuare un luogo adatto per la realizzazione dell’attentato e per gli appostamenti. I 400 kg di tritolo utilizzati nell’attentato vennero confezionati da Pietro Rampulla (capo della Famiglia di Mistretta), il quale curò personalmente con speciali skateboard la collocazione dei fustini pieni di esplosivo in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada, nel tratto dello svincolo di Capaci, insieme ai mafiosi Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Gioè, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera;

Rampulla procurò anche il telecomando per azionare l’esplosivo, inviandolo a Giovanni Brusca, che lo nascose tra due balle di paglia in un camion che trasportava una cavalla a Palermo.

Nella settimana che precedette l’attentato, Raffaele Ganci e il nipote Antonino Galliano seguirono tutti i movimenti del poliziotto Antonio Montinaro, il caposcorta di Falcone, che guidava le blindate. Il 23 maggio Ganci seguì l’uscita dalla caserma “Lungaro” delle Fiat Croma blindate che dovevano prelevare Falcone all’aeroporto di Punta Raisi e telefonò a Giovan Battista Ferrante e Salvatore Biondo (mafiosi di San Lorenzo), i quali si trovavano già all’aeroporto per vedere atterrare Falcone da Roma ed avvertirono telefonicamente Giovanni Brusca e Antonino Gioè, che si trovavano appostati sulle colline sopra Capaci.

In seguito Gioacchino La Barbera si spostò con la sua auto in una strada parallela alla corsia dell’autostrada A29 e seguì il corteo blindato dall’aeroporto di Punta Raisi fino allo svincolo di Capaci, mantenendosi in contatto telefonico con Brusca e Gioé.

Tre, quattro secondi dopo la fine della loro telefonata, Brusca azionò il telecomando che provocò l’esplosione: la prima blindata del corteo, la Fiat Croma marrone, venne investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di cento metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, che furono orrendamente mutilati dall’impatto; la seconda auto, la Fiat Croma bianca guidata da Falcone, si schiantò contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio, proiettando violentemente Falcone e la moglie, che non indossavano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza; rimasero illesi invece altri quattro componenti del gruppo al seguito del magistrato: l’autista giudiziario Giuseppe Costanza (seduto nei sedili posteriori della Fiat Croma bianca guidata dal giudice) e gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che sedevano nella terza blindata del corteo.

La strage di Capaci, festeggiata dai mafiosi nel carcere dell’Ucciardone, provocò una reazione di sdegno nell’opinione pubblica. Secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, l’attentato di Capaci fu eseguito per danneggiare il senatore Giulio Andreotti: infatti la strage avvenne nei giorni in cui il Parlamento era riunito in seduta comune per l’elezione del presidente della Repubblica ed Andreotti era considerato uno dei candidati più accreditati per la carica ma l’attentato orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro, che venne eletto il 25 maggio (due giorni dopo la strage).

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