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Vi proponiamo un interessante editoriale a firma di Vittorio Feltri e apparso sul quotidiano Libero il giorno 2 Febbraio

di Vittorio Feltri – Ricordo quando uno dei centri sociali di Venezia aprì al pubblico un locale, destinato ai proletari e in realtà frequentato dai fighetti, che aveva questa insegna: «Osteria allo sbirro morto». Fu un successone, quante risate tra i progressisti, che sarà mai, sono ragazzi, è satira. La magistratura non intervenne, figuriamoci. In quella taverna era stanziale il capo dei “disobbedienti”, Luca Casarini, il quale era un uomo potente a quei tempi più di un ministro, avendo in pugno il disordine pubblico, che amministrava in Veneto e altrove a suo piacimento. Ad accarezzarne gli umori rivoluzionari tenuti al calduccio dello “sbirro morto”, accorrevano perciò politici debitamente scortati da poliziotti, carabinieri e guardie di finanza che dovevano ingoiare e tacere.

Dopo numerosi anni la trattoria mutò il nome, senza che Casarini rinnegasse o tanto meno si pentisse di quella dedica da obitorio, ma l’ idea dello sbirro morto continua a essere un augurio esplicitato in piazza da minoranze dotate di molotov, sbarre di ferro e sampietrini. In realtà questo auspicio impregna tuttora la mentalità delle élite di questo povero Paese, la cui crème ha deciso che un agente ferito o percosso non deve esistere.
E infatti questo tipo di azioni non diventano quasi mai notizie. Questo libro di Stefano Piazza e Federica Bosco elimina tale censura con una documentazione formidabile. Lo fa senza neppure un briciolo di retorica da parata celebrativa, ma con la sostanza delle cose. Le aggressioni subite da agenti di ps e militari, specialmente da stranieri, sono all’ ordine del giorno, anzi di ogni ora di mattino, pomeriggio e notte: negli ultimi anni sono stati 60.000 (sessantamila!) i carabinieri e i poliziotti bersaglio di violenza. Sono numeri ma sono persone, con affetti, ideali, guai: in più, rispetto a noialtri prendono colpi perché ci fanno da scudo.

Invece a leggere i giornali sarebbero loro a minacciare gli inermi! Si guardi a come è stato usato il caso Cucchi, una vicenda tremenda che non sarò certo io a edulcorare. A processo neppure giunto al primo grado di giudizio, non solo sono stati giudicati e condannati alcuni carabinieri, ma si è tranquillamente sparso letame trattando la Benemerita come una mafia dove vale la regola dell’ omertà. Da valorosi cronisti, Piazza e Bosco hanno spazzato via questa infamia, semplicemente impugnando la realtà nuda e cruda. Bravi.

Lo stipendio – Di discorsi altisonanti ne abbiamo piene le scatole. Così come delle frasi di circostanza quando si tratta di appuntare una medaglia d’ oro alla memoria sul paltò di una vedova. Occorre che ai nostri difensori sia data la dignità dovuta, la quale si misura anche con lo stipendio e gli strumenti di lavoro in dotazione. Non c’ è nulla da fare: se ti pago poco, vuol dire che ti stimo poco, e ritengo il tuo impegno miserabile come il salario. Se invece di fornirti attrezzature d’ avanguardia (armi e non solo), ti infilo giubbotti antiproiettili che lungi dal proteggere dal piombo non fermerebbero neanche una graffatrice da ufficio, significa che ti considero carne da macello. In senso fisico e oggi specialmente morale. Il modo contemporaneo di attaccare le forze dell’ ordine è quello di rovinarne la reputazione, generando nel pubblico l’ idea che in un contenzioso tra il delinquente e il poliziotto il torto sia pregiudizialmente dalla parte dell’ uomo o donna in divisa. Ovvio.

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