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1458803181-lapresse-20160323215356-18281711Rimozione. È questa la parola d’ordine dei giornaloni italiani il giorno dopo la mattanza di Bruxelles. Se un alieno precipitasse stamattina con il suo disco volante davanti a una delle nostre edicole non capirebbe un accidenti di quello che sta succedendo in Europa. Penserebbe che martedì a Bruxelles non c’è stato uno dei più feroci attacchi all’Europa dal 1945 a oggi, ma al massimo un grande incidente ferroviario. Un terremoto. Un maxi tamponamento fra Tir. Una catastrofe dovuta al caso o a qualche imprevedibile fenomeno naturale. Perché le cronache della tragedia che ha lasciato a terra più di trenta corpi innocenti è lunare. E caratterizzata da un (pessimo) comune denominatore: la rimozione della parola islam. Nelle prime quattordici pagine che la Repubblica dedica alla strage, non compare nemmeno una volta, né in un titolo, né in un sommario. Come se non ci fossero un mandante ideologico e un lucido disegno dietro le bombe di martedì. Come se non ci fosse una comune appartenenza religiosa e un conseguente progetto politico che accomuna tutti gli attentati che da quindici anni macellano la carne dell’Occidente. Come se dire islam fosse una bestemmia. Un affronto. Al massimo si può scrivere Is. Stato islamico. Acronimo sufficientemente oscuro e islamicamente corretto da poter essere messo anche nei titoli. Apice del coraggio nostrano. Rappresentazione chiarissima della nostra sottomissione. Ora culturale e poi fisica. Ma il quotidiano diretto da Mario Calabresi non è una mosca bianca. Semmai una mosca cocchiera.Difatti si legge la stessa storia sul Corriere della Sera: diciassette paginone interamente dedicate alla macelleria jihadista, ma senza mai citare manco per sbaglio l’islam, il profeta e neppure un imam. In una trentina di titoli vengono usati tutti i sinonimi possibili e immaginabili – al limite del ridicolo – per circumnavigare i musulmani senza mai nominarli. Stessa solfa sulla Stampa di Torino e su buona parte delle testate genuflesse al politicamente corretto. Le sigle vanno bene, meglio se sono incomprensibili e sembrano il nome di un detersivo come Daesh.

Al massimo ci si può permettere un Califfato. Ma guai a tirare in ballo l’islam. Ed è subito sottomissione. Perché rinunciare a chiamare le cose con il loro nome vuol dire avere già appeso la propria identità all’attaccapanni delle sconfitte. Le bestie che si sono fatte esplodere nella metropolitana e hanno premuto il pulsante dei detonatori all’aeroporto lo hanno fatto in nome della jihad, della guerra santa, di Allah. Vogliono eliminare gli infedeli. Che saremmo noi. Lo possiamo dire? Lo possiamo scrivere? Violiamo qualche boldriniano comandamento buonista? Chissenefrega. Dobbiamo farlo. Per rispetto alla verità, innanzitutto, ma anche per noi stessi. Perché rinunciare a digitare quelle cinque lettere significa non avere il coraggio di dire che tutta la questione parte di lì, principia da un gruppo di fanatici che travisano e interpretano la religione come una missione di guerra. Altrimenti, se non ci ammazzerà il terrorismo moriremo di distinguo e di islamicamente corretto.

Fonte: Il Giornale
24/3/2016

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