Alessandria, massacrò di botte il figlio del Comandante dei Carabinieri

Il pestaggio, brutale e insensato, avvenne la sera del 9 settembre all’angolo tra via Marsala e piazza Vittorio Veneto: è quella su cui si affaccia la caserma del Comando provinciale dei Carabinieri. Non erano ancora le 21, in quella stagione non era ancora buio.
Il ragazzo, buttato a terra con pugni e spintoni, poi preso a calci, sferrati a casaccio, non poteva guardare l’aggressore che lo sovrastava. Rannicchiato sull’asfalto, cercava, come poteva, di riparare le pedate violente ai fianchi, alla schiena, alla pancia, alla faccia e alla testa.

Ma ieri, a distanza di poco più di cinque mesi, nell’aula del tribunale dove Giuseppe Arcidiacono, 20 anni, (poi arrestato dai carabinieri), un bel po’ di precedenti, deve essere giudicato per i reati di rapina e lesioni aggravate che il pm Andrea Zito gli contesta, la brutalità di quell’assalto mostra anche visivamente una macroscopica sproporzione fisica.

IL PROCESSO

L’imputato siede nel banco in prima fila, accanto al suo difensore Elisabetta Corbelletti. Dietro, meno di un metro, c’è la vittima, il ragazzo di 23 anni che si è costituito parte civile con l’avvocato Licia Carla Sardo Silvano. Arcidiacono si alza e dice: «Chiedo scusa per quello che ho fatto». E’ una frase utile alla linea difensiva o frutto di un sincero pentimento? Il giudice Paolo Bargero vuole rendere più incisivo questo momento; serio e severo si rivolge all’imputato: «Almeno si volti e guardi in faccia la persona a cui vuole chiedere scusa».

Arcidiacono è alto e massiccio, una montagna d’uomo. La vittima è di corporatura minuta. Il ragazzone si volta: «Mi dispiace per quello che ho fatto» mormora e allunga lentamente la mano. L’altro, che pure non ha dimenticato, perché sta ancora scontando i postumi fisici e psicologici dell’aggressione e che ha rischiato di morire, stringe la mano.

E’ un gesto di pace, che però non esclude il processo. I reati sono gravi, ancor più le modalità con cui sono stati consumati.

Ieri il difensore ha chiesto che l’imputato venga sottoposto a perizia psichiatrica per stabilire se, al momento del fatto, era in grado di intendere e di volere, forse era sotto l’effetto di stupefacenti. «Non è una giustificazione – stigmatizza il legale di parte civile – casomai un’aggravante». Il 12 marzo, il consulente psichiatrico Gabriele Rocca riceverà formalmente l’incarico per svolgere gli accertamenti.

La vicenda aveva grandissimo scalpore. L’aggressione, che aveva avuto poi come scopo finale la rapina di un orologio e di un cellulare, era stata caratterizzata da spropositata e gratuita violenza. Il ventitreenne malmenato era poco distante da quella che, in quel momento, era casa sua; è il figlio del colonnello Enrico Scandone che, ai tempi dell’aggressione, era a capo del Comando provinciale dei carabinieri di Alessandria. Il padre non c’era perché aveva appena preso servizio a Roma per un nuovo incarico.

Il giovane fu spintonato, buttato per terra, cercò di ripararsi, impresa impossibile, proprio per la differenza di stazza. Le urla, le implorazioni, i gemiti – poiché faceva ancora caldo, le finestre delle case erano aperte – furono percepiti da un cittadino che era a cena dai genitori. Si affacciò al balcone: «Via Marsala è molto stretta, le voci rimbombavano. Vidi la colluttazione, non capivo perché, ma ero sgomento per il ragazzo a terra, pareva svenuto e l’altro infieriva. Ho gridato più che potevo, per spaventare l’aggressore, per richiamare gente. Se fossi sceso, avrei lasciato un intervallo di tempo vuoto, troppo pericoloso. L’aggressore poi è scappato». I carabinieri successivamente lo individuarono e lo arrestarono. Ricorda anche il cittadino: Era uno scaltro, appena mi intravide si voltò le spalle in modo che non potessi riconoscerne il volto. Ho poi descritto la struttura fisica e l’abbigliamento». Dice, ora, sicura, la madre del ragazzo aggredito: «Quest’uomo ha salvato la vita di mio figlio. Se non fosse stato per lui…».

Il giovane fu portato al Pronto soccorso: aveva un trauma cranico, viso e testa tumefatti, era svenuto. Il mattino dopo, fu dimesso con soli sette giorni di prognosi. Soltanto, nei giorni successivi, poiché il dolore non passava, il medico curante lo fece sottoporre a risonanza magnetica da cui emerse ben altro, anche una mano rotta.

Massacrato e coraggioso. Aveva già avuto modo di dimostrarlo. Alcuni anni prima, appena diciottenne, quando stava a Palermo per motivi di servizio del padre, si era preso cinque coltellate, di cui una vicina a farlo morire: era intervenuto per difendere un amico, a sua volta aggredito. Fu proposto per la medaglia al valor civile.

Le ripercussioni psicologiche, accentuate dalla ripetitività di tanta violenza, sono inimmaginabili. Tuttavia, per il rispetto della legalità e dell’umanità che ha respirato fin da piccolo nella sua famiglia, quando l’altro, ieri, gli ha detto «chiedo scusa per quello che ho fatto», lui gli ha stretto la mano. Da galantuomo.