Vichy, il carabiniere che salvò la vita a 3.000 ebrei

C’è stato un periodo, durante la seconda guerra mondiale, e un luogo, nel cuore dell’Europa, in cui migliaia di ebrei riuscirono a sottrarsi alla furia persecutrice dei nazisti e della polizia collaborazionista francese, aiutati da gruppi di soldati e di ufficiali dei carabinieri e dell’esercito italiano.

Il luogo era la Francia meridionale, l’allora État Français presieduto con pugno di ferro dal maresciallo Pétain; il periodo quello compreso tra la fine del novembre 1942 e l’8 settembre ’43, vale a dire i dieci lunghi mesi di occupazione dei dipartimenti amministrati da Vichy da parte delle forze dell’Asse.

Di questo pezzo di storia, da più parti definito incredibile considerate le feroci leggi razziali in vigore in tutti i territori europei controllati dai tedeschi, si è parlato molto poco. E lo si è fatto solo in tempi relativamente recenti, rispolverando per esempio l’episodio di Saint-Martin-Vésubie, il paesino a nord di Nizza occupato dai militari italiani e diventato il rifugio sicuro per moltissimi ebrei.

Mai, però, si è parlato di “quegli” italiani, degli uomini in divisa che, sfidando il cinismo degli accordi politici, il rischio di scontri a fuoco con gli alleati germanici e di cruente rappresaglie contro le proprie famiglie, si sono rifiutati di consegnare alla Gestapo e alla polizia di Vichy gli elenchi degli ebrei di quel Paese.

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