Antonia Custra “Io, nata senza papà e cresciuta già morta”

Antonia si toglie gli occhiali scuri, sorride, manda giù il caffè, parla del suo corpo: una fisarmonica impazzita che si allarga e si stringe senza rispondere alla tastiera dell’intelligenza e degli affetti. «No, il mio corpo segue le folate dettate dalla fame di umanità: quando prevale l’odio, rifiuto il cibo e sono vittima dell’anoressia. Ora, fase contraria, mangio, mangio, mangio fino a scoppiare: è la bulimia. Devastante. Sono in malattia ma tornerò in Questura. Sono stata spazzina, la prima di Napoli, perché lo Stato all’inizio mi ha offerto solo una scopa, ora sono poliziotta. Come papà».

Antonia è rimasta nella sua foresta pietrificata fino a gennaio. «Poi mi ha telefonato Mario Calabresi, è venuto qui, abbiamo mangiato una pizza, mi ha parlato di papà, di via De Amicis. Mi ha dato un nome, un nome che io, chiusa nella campana di vetro, non avevo mai sentito: Mario Ferrandi detto Coniglio, l’uomo che uccise papà». Forse inconsapevolmente, perché i giornali avevano scritto che Custra era stato colpito da un proiettile calibro 6.35 e solo nel 1986 l’inchiesta bis, condotta da Guido Salvini, stabilì che il colpo mortale proveniva da una 7.65: quella di Ferrandi. «Le parole di Calabresi sono state una scarica elettrica. Ho cominciato a elaborare il lutto e insieme l’odio. Finalmente ho un nome da odiare: Mario Ferrandi. Vorrei incontrarlo e guardarlo negli occhi e dirgli che ha distrutto tre vite. Ora che ho dato un nome all’odio, devo potergli dare anche un volto. Chissà, forse così mi libererò un giorno di questi sentimenti avvelenati».

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