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Nell’anno del 41esimo anniversario dell’uccisione del Commissario Capo della Polizia dr. Antonio Esposito, avvenuto a seguito delle ferite riportate in un attentato terroristico, si è svolta la cerimonia di intitolazione di una sala in suo onore, a Genova.

Il Commissario Capo Antonio Esposito all’epoca dei fatti dirigeva il Commissariato di P.S. Nervi, dopo aver prestato servizio per lungo tempo presso la Digos della Questura di Torino e successivamente presso i nuclei antiterrorismo di Torino e Genova, distinguendosi in occasione di diverse indagini che avevano consentito di arrestare alcuni membri delle Brigate Rosse, contribuendo ad istruire a Torino il primo processo contro i terroristi in Italia. Il 21 giugno 1978, mentre si trovava a bordo dell’autobus n. 15 per recarsi a lavoro, fu ferito a morte da due uomini che aprirono il fuoco da distanza ravvicinata.

“Ricordo bene quel giorno in cui è successo, ce l’ho sempre davanti. Guidavo la nostra macchina, la tenevo io per andare a prendere i bambini a scuola. Non gli ho fatto perdere l’autobus e dieci minuti dopo essere salito era morto. Rimarrà per sempre nella mia memoria”. Anna Maria Musso, moglie del commissario Antonio Esposito, ricorda così davanti al capo della polizia Franco Gabrielli quella mattina del 21 giugno 1978, quando suo marito venne ucciso da un commando delle Brigate Rosse. Dodici proiettili sparati a distanza ravvicinata a bordo di un bus nel quartiere di Albaro.

Adesso la Questura di Genova ha dedicato ad Esposito la nuova sala conferenze: la targa è stata scoperta dal capo della polizia con la benedizione del cardinale Angelo Bagnasco. “Vengo sempre volentieri a Genova – ha ricordato Gabrielli, che sotto la Lanterna cominciò la sua carriera di funzionario – perché è stata la mia prima sede ma anche perché è una città straordinaria, che rappresenta nella memoria del Paese circostanze ed eventi che devono in qualche modo segnare il nostro agire”. Il monito del capo della polizia nel suo intervento davanti ai funzionari e alle autorità cittadine è di non guardare al passato come fosse un periodo migliore del presente: “Quello non era un tempo favorevole e aulico – ha detto – il paese stava vivendo una vera e propria guerra civile.

Il 78 è stato l’anno del sequestro di Aldo Moro, l’anno del colpo al cuore dello Stato e anche quello in cui il collega Esposito pagò con vita, un tempo del quale c’è molto poco da ricordare in positivo”. Per Gabrielli però “tutto questo ci deve insegnare che solo solide radici fanno crescere, e queste per noi sono le radici: gli uomini che hanno dato la vita in termini di impegno, testimoniando fino all’ultimo l’attaccamento e il rispetto delle istituzioni, a volte non essendo in vita sufficientemente tutelati e protetti da quelle istituzioni che stavano cercando di tutelare”. Per il capo della polizia “Ogni volta che le comunità si riconoscono del nostro sacrificio abbiamo raggiunto la nostra ragione di essere”

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