Avvocati e notai diventano delatori per legge

L’esigenza di fare cassa prevale anche su un corretto impianto legislativo. In Italia non c’è da meravigliarsi di nulla, soprattutto quando si tratta di prendere provvedimenti dai quali l’Agenzia delle Entrate può trarre vantaggio.

È quanto accaduto nel Consiglio dei ministri della scorsa settimana che ha varato un decreto legislativo che obbliga professionisti e intermediari del settore finanziario (avvocati, commercialisti, banche, assicurazioni, Poste, eccetera) a dotarsi di una struttura di whistleblowing (la segnalazione anonima di illeciti) per i reati di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo.

Si tratta di un rafforzamento delle previsioni già contenute nel Testo unico della finanza e nel Testo unico bancario. Ma c’è un piccolo particolare: in Italia il whistleblowing, ufficialmente, non esiste ancora. Il progetto di legge che lo istituisce è bloccato da un anno al Senato dopo che la Camera ne aveva approvato una versione più soft rispetto all’originale grillino che prevedeva di premiare con una sorta di taglia in denaro coloro che segnalano anonimamente episodi corruttivi o di evasione fiscale.

Anche se non esiste un codice per la delazione lecita, in ambito finanziario è già possibile tradire il mandato fiduciario professionista-cliente, istituzione-cliente per segnalare all’autorità giudiziaria e, di conseguenza, all’Agenzia delle Entrate la commissione di reati fiscali di natura dichiarativa, come il riciclaggio che è l’occultamento dei proventi ottenuti mediante la commissione di delitti non colposi tra i quali non rientrano solo quelli tipici della criminalità organizzata (come commercio di stupefacenti, ed estorsione), ma anche le false fatturazioni a scopo elusivo.

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