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Domenica si vota nel paese africano. Tra scambi di accuse di razzismo e promesse elettorali “particolari”

candidatobenin

Accuse di razzismo “anti-bianco” ai danni del primo ministro in carica, candidato favorito per l’elezione a presidente; una sorprendente quantità di imprenditori, banchieri e economisti in lizza; un ambizioso programma per la distribuzione di kit di energia solare di cui non è ancora troppo chiaro se sia avveniristica New Economy per un paese in via di sviluppo, clientelismo alla Achille Lauro in versione glamour oppure un misto di entrambe le cose. E’ questo lo scenario del voto che si tiene in Benin domenica. In un paese che non è tra i più seguiti dalle cronache, ma dove i motivi di interesse sono molti.

Già sede del potente regno del Dahomey, che dal 1899 fu incluso nell’impero coloniale francese, indipendente nel 1960, il Benin fu governato tra 1972 e il 1991 da Mathieu Kérékou che dopo aver guidato il colpo di Stato nel 1974 adottò ufficialmente per il suo regime l’ideologia marxista-leninista, e nel 1975 diede al paese il nuovo nome di Repubblica Popolare del Benin. Anche se in origine, l’antico regno del Benin era collocato da un’altra parte, nel territorio dell’attuale Nigeria. Nel 1989 il paese fu però uno dei primi in Africa a scendere in piazza chiedendo democrazia, sul modello dell’Est Europa, e dal 1990 ottenne un certo grado di pluralismo. Così Kérékou, dopo essere stato sconfitto alle elezioni del 1991, è tornato al potere per via democratica tra 1996 e 2006. Nel frattempo aveva abbandonato marxismo e ateismo, diventando pastore protestante. Pure con la fine del marxismo-leninismo terminò la persecuzione del vudu, culto animista ancestrale che attraverso la tratta degli schiavi è stato portato fino ad Haiti.

Il Benin è dunque un paese a un tempo antesignano di certe firme di modernità in Africa, e custode di tradizioni ancestrali. Tra i ben 48 candidati in lizza, il favorito è Lionel Zinsou, un economista 61enne un cui zio fu presidente tra 1968 e 1969, il cui padre fu medico del famoso presidente poeta del Senegal Léopold Sédar Senghor, la cui madre è francese, e che è nato a Parigi. Studi al  lycée Buffon, al lycée Louis-le-Grand e all’École Normale Supérieure, già ghost writer del primo ministro Lionel Jospin, dopo aver lavorato col gigante alimentare Bsn è stato gerente associato di  Rothschild & Cie e poi alla testa di Pai Partners, il più potente fondo di investimento europeo. Autore di un importante rapporto del 2013 sull’economia africana, fautore del cosiddetto “afro-ottimismo”, difeso in una quantità di forum e think tank, Zinsou nel giugno scorso è stato nominato primo ministro dal presidente Thomas Boni Yayi. A sua volta economista con laurea a Parigi, ex-presidente della Banque Ouest-Africaine de Développement, oltre che pastore evangelico. Lo stesso Boni Yayi lo ha poi voluto candidato alla sua successione, ma ha ottenuto anche l’appoggio di due importanti partiti di opposizione. Il suo fiore all’occhiello è in particolare “Lumière pour Tous”, un piano iniziato a fine novembre per distribuire kit di energia solare a 4 milioni di scolari in sei mesi e messo alla berlina dai suoi oppositori. In un paese dove tre cittadini su quattro vivono in zone dove l’energia elettrica ancora non arriva, il programma si propone di portare l’illuminazione in tutte le case al costo di 65 milioni di euro. Ogni lampada ha una luminosità di 33 lumen e un’autonomia di 4 ore, costa 8 euro, ed è realizzata dall’impresa statunitense D-light. Ma 250 famiglie hanno già ricevuto un pannello solare da 160 lumen e 21 watt con sei ore di autonomia e 33 euro di valore, realizzato da un’altra impresa statunitense, la Sunking.

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