Antonio Santarelli, massacrato il 25 Aprile 2011: la vedova e la mamma del giovane che lo uccise ora ci insegnano il perdono

Era un giorno piovoso il 25 aprile di nove anni fa. Sono già passati tanti anni, eppure sembra ieri.

Era il 2011 e l’appuntato dei Carabinieri Antonio Santarelli era impegnato in servizio in Maremma ad un posto di blocco nei pressi di un rave party, quando venne aggredito e colpito con un palo appuntito. A compiere il gesto, un ragazzo poco più che diciottenne, Matteo Gorelli, fermato dopo la serata al rave party, insieme ad altri tre amici minorenni.

Matteo Gorelli è stato condannato con sentenza in Cassazione a vent’anni di reclusione. Gli amici furono assolti. In quell’orrenda aggressione rimase gravemente ferito anche un collega, Domenico Marino. Perse un occhio.

Claudia Francardi e Matteo Gorelli

La storia nella storia

Matteo Gorelli si scatenò dopo essere risultato positivo all’alcol test. Ma c’è una storia nella storia, fatta di dolore e perdono.
Inizia tutto con una lettera che Irene (mamma di Matteo) scrive a Claudia (moglie di Antonio), alla quale seguirà il primo incontro, risale a sei mesi dopo.

Da lì, l’inizio di un percorso di riconciliazione che le due donne hanno voluto tradurre in una missione sociale: “Mettere insieme famiglie delle vittime e famiglie dei rei, aprire uno sportello che si occupi di entrambi questi due pianeti, tenuti sempre separati. Ma tra gli obiettivi dell’associazione c’è anche il ricollocamento lavorativo degli ex detenuti e il sostegno psicologico e legale gratuito a chi finisce in queste situazioni”.

Claudia Francardi e Irene Sisi, moglie di Antonio Santarelli e mamma di Matteo Gorelli

Il perdono

“Si deve perdonare, il rancore ti condanna sempre all’istante del passato. Io ho cominciato a perdonare vivendo prima in pieno il mio dolore e tutta la rabbia” racconta Claudia non ha più smesso di incontrare, in carcere, il giovane Matteo.

“Non è stato facile, lui non aveva dormito la notte prima, io ero in ansia. Ci siamo guardati, ci siamo abbracciati, nessuno trovava le parole, ma abbiamo trovato subito molte lacrime. Io gli ho raccontato chi era l’uomo che aveva ucciso. Bisogna guardare in faccia le cose per quelle che sono”.

Antonio Santarelli

La laurea, la ricerca di riscatto

Sei anni dopo, a 25 anni, Matteo si è laureato. Giacca e camicia bianca con la tesi sottobraccio, si è presentato nell’aula magna dell’Università Bicocca di Milano per la proclamazione della sua laurea in scienze dell’educazione, risultato 110 e lode.

Lui era uno dei tanti studenti della facoltà che aveva presentato un lavoro su “L’emarginazione dei talenti, riflessione pedagogica circa l’immagine e i possibili trattamenti dei plusdotati minori a scuola”. Un titolo molto complesso, e di non intuitiva comprensione, così come è stata la storia che sta dietro a questo ragazzo. Ma i sei anni sono stati anche galassie di tempo in cui Matteo, a Milano, si è diplomato, ha iniziato l’università, si è laureato e si è già iscritto alla magistrale in pedagogia, sempre alla Bicocca.

E probabilmente, quel riscatto, lo si deve anche e soprattutto alle due donne che lo hanno supportato, Claudia e Irene.