Carabinieri arrestati furono anche premiati per la lotta alla droga

Prima di essere arrestati e finire al centro dall’inchiesta che ha scoperto tre le altre cose un giro di spaccio gestito dagli stessi carabinieri, i militari della stazione Levante di Piacenza furono anche premiati dai superiori proprio per la loro lotta allo spaccio di sostanze stupefacenti. Era il 2018 infatti quando i componenti della stazione Levante di Piacenza, sequestrata ora dopo l’arresto dei sei carabinieri, fu insignita di un encomio solenne dal comandante della Legione Emilia-Romagna “per essersi distinti per il ragguardevole impegno operativo ed istituzionale e per i risultati conseguiti soprattutto nell’attività di contrasto al fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti”. Le ricompense furono riconosciute nel corso della festa per i 204 anni della Fondazione dell’Arma organizzata il 5 giugno 2018 a Bologna.

Pusher arrestati per far sparire la concorrenza
Del resto la caserma degli orrori di Piacenza dove secondo i pm avvenivano violenze e illegalità di ogni genere, per lungo tempo era stata un fiore all’occhiello dei comandanti dei carabinieri proprio perché portava molti risultati sul fronte della lotta allo spaccio che però in realtà si concretizzava quasi sempre nell’arresto di piccoli spacciatori. Arresti che però, alla luce di quanto emerso dall’inchiesta della procura piacentina, assumono ora tutto un altro significato visto che avvenivano per lo più per far sparire la concorrenza e rubare sostante stupefacenti da rivendere attraverso una propria rete di pusher che erano anche informatori e beneficiavano della loro quota.

Carabinieri della Levante di Piacenza avevano ampia libertà di movimento
Arresti che, come scrivono sempre gli inquirenti, avevano portato il gruppo della Levante di Piacenza ad avere un grosso potere e una grossa libertà di movimento che permetteva loro di fare qualsiasi cosa. Dalle carte dell’ordinanza del gip Luca Milani, infatti, emerge come il maggiore Stefano Bezzeccheri, comandante della compagnia dei carabinieri di Piacenza e sottoposto ad obbligo di dimora, fosse un grande sostenitore del gruppo capeggiato dall’appuntato Guseppe Montella. Addirittura per impartire loro direttive di carattere operativo, l’ufficiale scavalcava anche il comandante della Levante, maresciallo ora agli arresti domiciliari, parlando direttamente con l’appuntato.

“Tutto tollerato a condizione che fossero garantiti gli arresti”
Appoggi confermati anche dall’unico carabiniere della caserma di Piacenza non coinvolto negli arresti. “Molte cose le fanno a umma a umma, non mi piacciono ma se lo possono permettere perché portano a casa gli arresti” spiegava infatti il giovane militare al padre in una telefonata in cui non nascondeva l’amarezza per essersi ritrovato in una caserma e n n un ambiente in cui venivano costantemente calpestati i doveri delle forze dell’ordine. Possono fanno “perché a te colonnello ti faccio fare bella figura, capito? Ti porto un sacco di arresti l’anno! Lavorano assai. C’hanno i ganci!” aggiungeva il carabiniere. Da questi colloqui, scrive il giudice Luca Milani, si evince “tutta la delusione del giovane militare dell’Arma per essere finito a lavorare in un ambiente in cui vengono costantemente calpestati i doveri delle forze dell’ordine, dove tutto è tollerato a condizione che vengano garantiti i risultati in termini di arresti”.

 

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