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Il procuratore aggiunto di Venezia sull’inefficienza dell’apparato giudiziario, la sua vetustà culturale e altro

«Basta liti e pm in politica Crisi di fiducia nei giudici»

Come una buona ragione – secondo l’insegnamento di William Shakespeare – deve sempre cedere a una ragione migliore, così una priorità deve sempre cedere a una priorità più prioritaria. Di conseguenza, quantunque il governo abbia sempre indicato come urgente e indifferibile la riforma della giustizia, di fronte alle urgenze più urgenti come il terrorismo, il salvataggio delle banche, i dissidi con la Merkel e le unioni civili, anche la giustizia può aspettare. “So let it be”. Dunque, aspettiamo. Due problemi da segnalare senza indugi sono l’inefficienza dell’apparato e la sua vetustà culturale.

L’inefficienza, cioè la lentezza dei processi, è notoriamente la malattia endemica del sistema. Da essa dipendono quasi tutte le altre patologie, come l’abuso della carcerazione preventiva, l’incertezza della pena, e più in generale l’esasperata sfiducia del cittadino nella giustizia: una sentenza che costringa il debitore a pagare con dieci anni di ritardo è comunque una sentenza sbagliata. La risposta governativa a questa emergenza è stata la rottamazione di centinaia di magistrati ultrasettantenni, con la conseguente temporanea paralisi degli uffici giudiziari. Per di più il provvedimento è stato adottato oltre un anno fa con un decreto legge, necessario e urgente, che tanto urgente non doveva essere, visto che la sua operatività è stata prorogata due volte. Questa, e altre incongruenze, lo hanno esposto a una solenne bocciatura del Consiglio di Stato, e probabilmente lo esporranno a quella, più radicale e devastante, della Corte Costituzionale.

La vetustà culturale. Il nostro codice penale è datato 1930, e reca la firma di Mussolini e di Vittorio Emanuele. E’ ovvio che su certi princìpi, come la disponibilità del diritto alla vita, la legittima difesa ecc. è incompatibile con una moderna visione liberale. Per di più è appesantito da centinaia di norme speciali, spesso assurde, inutili e incomprensibili, che rendono l’intero sistema un indovinello dentro un enigma avvolto in un mistero. Malgrado la quasi totalità degli operatori – magistrati, docenti universitari, avvocati – siano concordi nella necessità di una semplificazione e di un’armonizzazione sistematica, si continua a intervenire con leggine ad hoc, generalmente ispirate dall’emotività di eventi contingenti, come il femminicidio, l’omicidio stradale o i vari reati economici. Quanto al codice di procedura penale, esso sta anche peggio. Benché firmato da una medaglia d’oro della Resistenza, è già stato snaturato e demolito più del suo fratello firmato da Mussolini. Basta sfogliarne il testo per notare un’inquietante preponderanza degli articoli in corsivo, che rappresentano interpretazioni, soppressioni, integrazioni, modificazioni e sostituzioni intervenute in questi 25 anni. Con due codici così non c’è da stupirsi che la giustizia sia impantanata.

Legittima difesa e Codice penale

Torniamo al Codice penale. Dopo quasi 70 anni di Costituzione repubblicana questo può sembrare un paradosso, eppure è così: il codice del 1930 è ancora pienamente in vigore. E dall’ideologia fascista, che ne costituisce il connotato culturale, derivano conseguenze pratiche importanti: per esempio che chi si difende in casa da un’aggressione ingiusta è sempre e comunque sottoposto a un’indagine. Questo naturalmente non significa che venga arrestato, processato e condannato. Al contrario, la stragrande maggioranza dei casi si conclude con un’archiviazione. Ma nel frattempo l’aggredito ha perso soldi, tempo e tranquillità, e forse anche fiducia nello Stato.

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