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I sospetti dell’attentato contro una moschea a Quebeq City, in Canada, che domenica ha fatto sei vittime e 12 feriti tra i fedeli in preghiera, sono ricaduti tutti su Alexandre Bissonnette, uno studente universitario canadese francofono, dalla fedina penale pulita e apparentemente lontano dal terrorismo organizzato. Inizialmente le autorità avevano detto di essere alla ricerca di due sospetti, uno dei quali era di origine marocchina e aveva urlato “Allahu Akbar”. Con il tempo, tuttavia, il quadro si è chiarito e il marocchino è stato considerato un testimone, l’invocazione ad Allah un’esclamazione e non un atto di guerra. La polizia canadese ha parlato così di un lupo solitario, di un attentatore à la Dylann Roof, e subito i media hanno rintracciato la sua pagina Facebook, da cui hanno visto che Bissonnette aveva simpatie nell’estrema destra e aveva messo like sulle pagine di Trump e di Marine Le Pen.

 

Il premier canadese, Justin Trudeau, ha detto che si è trattato di “un attentato terroristico contro i musulmani”, e il riflesso è stato pavloviano: l’attacco alla moschea di Quebec City è il primo frutto avvelenato della presidenza di Donald Trump, che ha liberato i cani del suprematismo e della xenofobia. Non è così, almeno finché non usciranno prove reali, ma intanto Trudeau dovrebbe realizzare che non tutti i canadesi sono come lui, campione del politicamente corretto ma non tanto della sicurezza. La conferma, semmai, è che anche nel pacifico Canada che dà lezioni di galateo al mondo c’è del male oscuro da combattere – oltre a quello del terrorismo islamico in servizio permanente.

Fonte: Il Foglio
31/1/2017

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