Charlie Hebdo e la satira nella cultura arabo-islamica.

Charlie Hebdo e la satira nella cultura arabo-islamica.
17 Gennaio 2015 – Il tutto esaurito del numero di Charlie Hebdo, uscito come ogni settimana anche mercoledì 14 gennaio, dimostra quanta curiosità la vicenda abbia sollevato. Se tutti erano in preda di vedere la nuova copertina del settimanale, probabilmente invece in pochi hanno avuto la premura di informarsi sulle ragioni che sono all’origine dell’affaire delle caricature (ben più datato del massacro del 7 gennaio), per tentare genuinamente di capire da cosa derivi l’avversione verso queste vignette nell’ambiente islamico.

La questione dell’“aniconismo” (vale a dire il divieto di rappresentare figure umane o divine) è incardinata nella cultura arabo-islamica forse più per una derivazione di tipo storico-contestuale che per effettive motivazioni giuridiche. Nel testo coranico, infatti, non vi sono indicazioni sulla raffigurazione del Profeta mentre esistono riferimenti di questo tipo nella tradizione profetica degli Hadith (i testi che riportano gesti, detti e usanze di Maometto, e che rappresentano una delle fonti della giurisprudenza islamica) e, in particolare, nella Sunna di Al Bukhari.

Ora, con tutta probabilità, il divieto di raffigurare volti umani o divini si innesta nella fase storica del primo Islam in risposta alla diffusa pratica dell’idolatria della società preislamica, che gli insegnamenti di Maometto contrastarono da subito.

Il fatto è che poi, nelle epoche islamiche successive, queste affermazioni relative all’iconoclastia sono state interpretate in maniera estensiva e massimalista finendo per costruire una psicologia che rifiuta l’immagine come modalità di accesso alla spiritualità”, spiegava su Repubblica in un articolo pubblicato nel 2006 Khaled Fouad Allam, sociologo di origine algerina. “E questa tendenza ha finito per diventare un divieto quasi assoluto – indirettamente ponendo un blocco anche su tutta la creazione artistica nell’Islam – divieto che tuttavia non è inteso con la stessa assolutezza in tutte le parti del mondo arabo-islamico. Anzi, le culture periferiche dell’Islam (quelle che escono dalla geografia araba, come il Regno Moghul o l’Impero persiano) lo hanno spesso ignorato, tanto che esistono addirittura miniature che ritraggono in volto lo stesso Profeta”.

Chiaro dunque che il dibattito oggi resta aperto in quanto l’applicazione dell’aniconismo oscilla tra le interpretazioni più liberali dell’Islam e quelle più radicali (come il credo wahhabita o le correnti salafite). E resta aperto soprattutto in merito a quanto la libertà di espressione per come la si intende all’“occidentale” cozzi con la sensibilità musulmana relativamente a determinati argomenti.

Ciò premesso, resta il fatto che, a dispetto dell’onerosa tradizione orale e scritta della cultura islamica – che ha sempre posto maggiore enfasi sulla parola e sui testi a scapito dell’illustrazione – i Paesi arabi hanno anch’essi conosciuto e portato avanti una viva esperienza vignettistica e caricaturale. Seppur tardivamente rispetto a Paesi dove invece la caricatura e la satira sono state elementi culturali fondanti (come in Francia), l’uso mediatico della satira impegnata ha riscosso molto successo popolare – e altrettanta opposizione, soprattutto a livello istituzionale e negli ambienti religiosi – divenendo simbolo di lotta e contestazione politica e sociale.
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A.P.