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Il bilancio 2015 del comune di Roma e la proposta delle regioni di abolire l’esenzione del ticket sanitario per chi ha più di 65 anni. Ovvero come si distrugge la coesione sociale invece di ridurre sprechi, bonus e privilegi.

Come impedire che la disuguaglianza economica distrugga la coesione sociale.

18 Gennaio 2015 – Un recente studio pubblicato da due ricercatori dalla Banca d’Italia (Disuguaglianza e Fiducia, Temi di Discussione, n. 973 settembre 2014) analizza l’effetto che la crescente disuguaglianza economica ha sulla fiducia in un sistema sociale e, quindi, sul contratto sociale su cui si fonda la Costituzione della Repubblica. La domanda che i due autori si pongono è molto semplice: “nei Paesi ricchi, la disuguaglianza economica e le barriere alla mobilità sociale distruggono la fiducia che gli individui hanno negli altri?”.

Le risposte sono chiare e inequivocabili: “ogni volta che la concentrazione della ricchezza cresce di un punto la fiducia reciproca si riduce di due punti, lo stesso accade ogni volta che il 10%, e ancor più l’1%, più ricco della popolazione di un Paese diventa ancora più ricco”. Queste dinamiche, di per sé distruttive della coesione sociale, sono rafforzate nei Paesi dove la pervasività di fenomeni di familismo amorale e nepotismo (raccomandazioni, conoscenze, cooptazioni per appartenenza e non per merito) rendono insignificante la mobilità sociale intergenerazionale.

L’Italia è sempre di più il Paese delle dinastie, dove l’esistenza di una rendita professionale è esasperata da leggi e norme che favoriscono la trasmissione dinastica di privilegi di posizione. Come evidenziato in un altro recente studio della Banca d’Italia (Temi di Discussione n. 995 novembre 2014), la propensione di un figlio di un farmacista a diventare tale è del 15,9%, a fronte di una propensione del resto della popolazione dell’1,3%. Questa evidenza, più che dal contesto culturale familiare, dipende dall’esistenza della rendita di posizione sociale, cioè dal fatto di poter ereditare una licenza concessa dallo Stato (in Italia, secondo i più recenti studi di settore, i farmacisti con un reddito pro-capite di oltre 110.000 euro, sono secondi solo ai notai, che vantano un reddito di oltre 320.000 euro).

A quando una legge che riveda i regimi per le concessioni e licenze per favorire l’efficienza e non garantire i privilegi? Con i tassisti non ci si è pensato due volte, ma dopo otto anni siamo ancora in attesa di una legge che ridimensioni i privilegi, ormai insostenibili e anacronistici, di alcune professioni: balneari, farmacisti, notai, etc. In questi giorni, la cronaca nazionale si è occupata abbondantemente dei fenomeni di assenteismo verificatisi un po’ ovunque nella notte di San Silvestro, con una particolare enfasi su quanto accaduto a Roma, dove il fenomeno ha coinvolto i vigili urbani.

Un problema capitale

In realtà a Roma, dove il Comune è alle prese con la stesura del Bilancio 2015, il problema riguarda la riforma del salario accessorio e dei carichi di lavoro per alcune categorie di dipendenti. Si parla di tagli per oltre 320 milioni di euro e, almeno una parte di questi (20 milioni), verrà prelevata dagli stanziamenti per le scuole (asili nido, materne ed elementari) e attraverso un aumento dell’orario delle educatrici e un ricalcolo del numero di bambini pro-capite, che farà ridurre le supplenze delle educatrici precarie.

Quello che indigna è che mentre si rinegozia il salario e si accresce l’orario di lavoro per dipendenti che guadagnano 1.300 euro al mese, e mentre si tagliano gli stanziamenti a un settore che presenta strutture fatiscenti e spesso non a norma, continua lo scandalo degli stipendi a sei zeri dei dirigenti e avvocati comunali e l’oscenità insopportabile delle remunerazioni e premi di risultato.

Occorre dare un segno di discontinuità per riconquistare la fiducia dei cittadini e tra i cittadini. Ma come passare dai proclami di un giorno alla fattualità quotidiana? Il premier Matteo Renzi ha introdotto una norma che fissa un tetto massimo (239.000 euro) agli stipendi dei dirigenti pubblici. La Governatrice del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, ha fatto approvare una norma tanto semplice quanto rivoluzionaria: nessun dipendente della Regione può percepire uno stipendio complessivo superiore al suo. Perché il Governatore della Regione Lazio Zingaretti e il Sindaco di Roma Marino, che amministrano due Enti con debiti impresentabili e in deficit cronico, non fanno approvare una norma simile? Ci vuole così poco. La loro popolarità esploderebbe e potrebbero generare comportamenti imitativi virtuosi da parte degli altri amministratori locali.

www.lookoutnews.it

A.P.

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