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Sedici anni e otto mesi di carcere. È questa la sentenza di condanna per Claudio Pinti, il 35enne marchigiano accusato di lesioni gravissime e omicidio volontario perché avrebbe consapevolmente contagiato e trasmesso l’Hiv alla sua compagna, poi deceduta, e a una 40enne con cui aveva una relazione. L’uomo aveva rivelato di aver avuto decine di relazioni e rapporti sessuali anche con altre donne, nascondendo sempre la sua malattia con il rischio di contagiarle e per questo venne definito l’Untore di Ancona. Dichiarato colpevole, Pinti ha potuto beneficiare dello sconto di pena, pari a un terzo di quella prevista, per il rito abbreviato con il quale si è svolto il processo a suo carico. La sentenza di condanna infatti è stata emessa dal Giudice perle indagini preliminari del Tribunale di Ancona Paola Moscaroli.

“L’HIV NON ESISTE, E’ UNA BALLA”

La vicenda del 35enne che attualmente è piantonato in ospedale dove è ricoverato, era venuta a galla con la denuncia da parte della 40enne sua fidanzata che aveva improvvisamente scoperto di essere malata durante la loro relazione. Quando la donna lo aveva affrontato, infatti, lui si era giustificato affermando: “Una volta ero sieropositivo ma poi ho rifatto gli esami e non è risultato più niente”. Poi addirittura aveva negato l’esistenza stessa della malattia: “L’Hiv non esiste, è una balla, sono i farmaci che ti ammazzano”. Persino durante il processo l’imputato ha continuato a rinnegare la malattia.

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