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Daniela, allora 11 anni, lo implorava. Ma lui non voleva sentire ragioni: “È inutile che lo fai, adesso toccami sotto”. E poi la chiamava “bagascia”, parola di cui forse Daniela a quell’età nemmeno sapeva cosa significasse. Poi c’è Giulia, 13 anni e l’innocenza che le colora ancora il viso. Fino a quel 18 settembre 2005, quando nel tratto di strada che portava dalla sua scuola a casa viene intercetata da Bianchi nell’atrio di casa. In fondo Bianchi è conosciuto come il violentatore dell’ascensore. È lì che sceglieva di colpire.

Si legge nelle motivazioni della sentenza di primo che dopo averla aggredita nell’atrio “estraeva dalla tasca destra dei pantaloni due coltelli, con lama in acciaio ed evidente seghettatura e, impugnandoli con entrambe le mani, li portava ai lati del collo della bambina e le ordinava di entrare; quindi pigiava il tasto del piano 5. Partito l’ascensore si slacciava la cintura dei pantaloni e contestualmente premeva lo stop. La cabina tuttavia si rimetteva in moto e scendeva di uno o due piani. Appena si aprivano le porte, l’aggressore faceva posizionare la bimba, terrorizzata, nello spazio immediatamente fuori e le imponeva un rapporto orale (pronunciando frasi oscene). La vittima si inginocchiava e rimaneva immobile, in preda al panico, mentre l’uomo proseguiva per alcuni secondi”.

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