Costretto a lasciare la Polizia. Intervista a Gerardo Manfredi, agente vittima di malagiustizia

Resilienza. Tenacia e consapevolezza che nulla è quel che sembra, sia in male che in bene, e che solo su noi stessi si può contare. E che la verità alla fine viene sempre a galla.

Ritiene che ci sia un eccessivo accanimento nei confronti delle forze dell’ordine, sia dal punto di vista dell’opinione pubblica sia da quello giudiziario?

Per quanto riguarda l’opinione pubblica non le posso dire nulla perché il mio caso fino ad oggi era rimasto fortunatamente riservato, mentre per l’aspetto giudiziario ho purtroppo constatato che vi sono gravi e profonde carenze. Nei giudici ho riscontrato un’obiettività degna di nota, una sensibilità professionale inaspettata tanto da non tralasciare nessuna ipotesi al fine di arrivare ad emettere un giudizio serio, passando spesso anche in fasi di contestazioni probabilmente dirette a ricercare in modo esaustivo la verità.
Tuttavia nel PM e in chi esercita l’azione penale ho riscontrato una scarsa volontà nel ricercare la verità e una totale assenza di umiltà professionale, tanto da portarli a non arretrare di un passo nonostante il quadro accusatorio facesse acqua da tutte le parti.
Ho riscontrato un azione penale basata su una personale convinzione e non sui fatti.
Un vero problema che ha evidenziato un’azione penale non alla ricerca della verità ma posta sulla strada della presunzione di colpevolezza.
E mi sembra che i principi della Costituzione e del nostro ordinamento giuridico non siano quelli.

Come è cambiata la Sua vita da quando non è più in polizia?

In meglioCerto sono ad un punto zero. Devo ripartire e cercare di trovare il mio posto nella società, ma considerando che ho 38 anni ho ancora il tempo dalla mia parte.

9 marzo 2016