Covid-19, il virologo: “in ritirata dall’Italia, questo virus non ama il caldo”

“Quando si dice ‘a questo virus non piace il caldo’ non ci riferisce alla temperatura a cui il virus stesso viene disattivato dal calore, ma alle temperature che rendono instabili le goccioline di fomiti (saliva, starnuti, tosse etc) che trasportano il virus nell’ambiente”.

“Questo meccanismo è noto ai virologi da decenni, e spiega perché tutte le infezioni virali respiratorie sono altamente stagionali con chiarissima predilezione per l’inverno”.

A spiegarlo è il virologo Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta (Usa), in un post sui social.
Il virologo lascia così aperta la finestra della speranza nell’effetto della stagione calda ormai alle porte sulla diffusione di Sars-Cov-2.

Calano “i ricoveri in terapia intensiva per Covid-19 (ieri calo di altre 116 unità, da 1694 a 1578), ma calano anche i ricoveri ospedalieri (scesi di altre 580 unità, da 18.149 a 17.569) e ieri si è anche abbassato il numero dei decessi per Covid-19 (285 unità). Quindi barra a dritta e avanti tutta verso la fine del tunnel”, conclude.

Il professor Guido Silvestri non è il primo a pronunciarsi in questo senso. I pareri udici nel corso di questa pandemia però sono contrastanti.

Ad esempio sul Corriere della Sera, in un articolo del 12 Aprile, Silvia Turin passava in rassegna le ricerche scientifiche sull’argomento:

Gli studi che convergono sull’ipotesi che il virus SARS-CoV-2 preferisca un clima fresco e asciutto rispetto a uno caldo e umido, sono molti, ma prima di tutto tali ricerche perlopiù non sono ancora pubblicati su riviste scientifiche perché mancano di revisione «tra pari», in secondo luogo si tratta di «studi osservazionali». Osservare una correlazione tra clima e numero di casi confermati non basta per dire che i due fattori sono l’uno la causa dell’altro, perché le associazioni potrebbero derivare da variabili di altro tipo. (…) 

 

Le ricerche, come l’analisi del 19 marzo sui dati raccolti dalla Johns Hopkins University effettuata dal MIT di Boston (fonte nextquotidiano), evidenziano come il numero massimo di casi da coronavirus si è verificato in regioni con temperature comprese tra 3 e 13° C. Al contrario, Paesi con temperature medie superiori a 18°C hanno visto meno del 5 per cento dei casi totali:

 

Nessuno di questi articoli, lo ricordiamo, ha ricevuto una revisione scientifica cosiddetta «da pari», da parte, cioè, di altri scienziati che sottopongano i risultati a controllo, e gli studiosi concordano sul fatto che, anche se possiamo aspettarci modesti ribassi nella contagiosità di SARSCoV-2 in condizioni climatiche più calde e umide, non è ragionevole aspettarsi che questi ribassi da soli rallentino la trasmissione abbastanza da abbassare la curva.