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Come ogni mattina, giovedì Nicole Engler ha parcheggiato davanti al centro medico di Roseburg, nell’Oregon, in cui lavora come infermiera, ha spento il motore, è scesa, ha chiuso lo sportello ed è andata tranquillamente a timbrare il cartellino. Convinta di aver lasciato all’asilo, come sempre, sua figlia Remington di appena 21 mesi: non era così.

Complici una vita frenetica, lo stress, gli impegni familiari e di lavoro che si accavallavano, la sua mente giovedì aveva fatto tilt e le aveva sovrapposto i ricordi di altre mattine tutte uguali, facendole immaginare di aver effettuato la consueta tappa all’asilo: Remington, invece, era ancora nel sedile posteriore dell’auto.

E nell’esatto momento in cui ha chiuso a chiave lo sportello, senza saperlo Nicole l’ha uccisa.

Quando è uscita dal lavoro, alle 4 del pomeriggio, l’ha trovata svenuta e cianotica: aveva passato più di sette ore intrappolata in un abitacolo che aveva superato i 40 gradi di temperatura.

Sotto choc e nella più completa disperazione, Nicole ha portato subito la figlia nel centro medico, dove hanno tentato di rianimarla in tutti i modi, ma ormai era troppo tardi: al Mercy Medical Center la piccola è stata dichiarata morta.

 

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Nicole, che ha 38 anni, è stata ora portata nel carcere della contea di Douglas con l’accusa di omicidio colposo di secondo grado: se condannata, rischia se anni di carcere. Ma la sua pena ha già cominciato a scontarla, ed è una pena che la accompagnerà per tutta la vita: fino all’ultimo dei giorni rivivrà il momento in cui ha chiuso l’auto ed è andata via, chiedendosi un milione di volte perché la sua mente sl’abbia abbandonata, senza trovare mai una risposta.

 

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Una condanna, la sua, che purtroppo condivide con moltissimi genitori di bimbi morti in circostanze analoghe: secondo alcune statistiche, in vent’anni sono state 742 le giovanissime vittime di colpi di calore all’interno di un veicolo (quest’anno sono già 17 e nel 54% dei casi si è trattato di bimbi che, come Remington,

erano stati lasciati nella vettura inconsapevolmente da chi li accompagnava. Quasi sempre i colpevoli erano persone con un alto livello di stress e di stanchezza fisica o persone che avevano subìto dei cambiamenti nella routine quotidiana. (Federica Macagnone per Il Messaggero)

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