Danni collaterali (prima parte)

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Dosi massicce di vaccini somministrate al di fuori dei protocolli sarebbero una delle cause dei tumori dei militari
L’hanno chiamata “Sindrome dei Balcani”, quello strano fenomeno per cui i militari in missione all’estero, nei Balcani in particolare, hanno sviluppato e continuano a sviluppare tumori e gravi malattie. I numeri superano quelli dei loro coetanei civili.
L’hanno studiata per almeno 15 anni. Ci sono e ci sono state ricerche, Commissioni di inchiesta, gruppi di indagine. E poi associazioni di vittime e di familiari di vittime che hanno combattuto, anche per vie legali, per avere un degno riconoscimento. E perché la verità venisse a galla.
Ci sono state anche sentenze. In nessuna delle quali, però, è stato mai riconosciuto il nesso di causalità diretta tra uranio impoverito e tumori. Perché la scienza non ha mai dimostrato che l’uranio impoverito causa i tumori.
Poi ci sono i dati. Incompleti, confusi, discordanti. Ma ce n’è uno su tutti, tra i pochi forniti ufficialmente, che cozza con quanto sostenuto finora: l’80% dei militari malati di queste patologie non è mai stato all’estero.
Uno dei primi a rivolgere lo sguardo verso altre cause è stato il Prof. Franco Nobile, oncologo di riconosciuta fama, attualmente presidente della Sezione di Siena della Lilt, la Lega Italiana per la Lotta ai Tumori, centro di eccellenza per diagnosi e cura. Era il 2001 e il prof. Nobile realizzò uno studio su un campione di militari: alcuni erano stati in missione in Bosnia e Kosovo, altri non erano mai stati in missione.
Ebbene, tramite la spettrometria di massa scoprì che in nessuno di quei militari era presente uranio impoverito oltre la soglia di guardia. Addirittura scoprì valori in alcuni casi superiori nei militari che non erano stati all’estero.
Neppure in Kosovo, dove Nobile si recò personalmente a prelevare campioni (di acqua per esempio) fu ritrovato uranio impoverito.
Un altro dato, però, saltò all’occhio dei ricercatori: quei militari presentavano tutti una forte immunodepressione. Il loro sistema immunitario aveva subito un qualche shock.
Fu così che, per la prima volta, l’attenzione si rivolse ai vaccini.
Sono passati 11 anni da quello studio. E sono trascorse due legislature. La diverse commissioni d’inchiesta che si sono succedute hanno fatto passi avanti. E spesso passi indietro.
Negli ultimi tempi, però, la tesi dei vaccini ha preso sempre più corpo. I militari ammalati sarebbero stati sottoposti a dosi massicce di vaccini, somministrati senza seguire protocolli, tempi e modalità, previste sia dal Ministero della Salute che dal Ministero della Difesa. Queste “scariche” avrebbero creato forti predisposizioni a malattie autoimmuni. Come, ad esempio, i linfomi, le forme tumorali che spesso aggrediscono i militari.
Lo sostengono i genitori di ragazzi morti troppo giovani che da anni raccolgono prove, studiano, approfondiscono e si battono “perché questo non accada mai più”.
Lo sostengono medici, professori e ricercatori che, pur riconoscendo che i vaccini sono stati una delle più importanti scoperte della medicina, avendo salvato milioni di vite, se “usati” male possono diventare strumenti pericolosissimi. Tutti questi medici, ricercatori e professori, non hanno avuto vita facile, perché si sa che per andare contro la medicina ufficiale ci vuole coraggio. Molto coraggio.
Ecco, noi vogliamo raccontarvi le storie di questi ragazzi, le battaglie delle loro famiglie, le ricerche, le prove, le discussioni politiche e anche le speculazioni.
Non pretendiamo di raccontarvi “la” verità, ma “una” verità. Senza creare allarmismi o fare disinformazione.
Non cercheremo di dimostrare che i vaccini fanno male di per sé. Ma che devono essere usati con tutte le precauzioni del caso.
Lo facciamo per quei ragazzi, per quelli che non ci sono più e per quelli che stanno ancora lottando. Tutti loro hanno creduto in qualcosa: la bandiera, l’uniforme, lo Stato. Lo stesso che ora li sta abbandonando.
Lo facciamo perché non accada mai più.
Fine prima parte.
Continua.