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“Non è un’operazione politica, è giornalismo 2.0”. Parola di Erasmo D’Angelis, direttore de L’Unità, giornale che ha confezionato lo “scoop” del candidato sindaco Virginia Raggi che avrebbe partecipato al video dell’inno berlusconiano “Meno male che Silvio c’è”.
E’ lei o non è lei? L’Unità se l’è chiesto, quando ogni regola deontologica imporrebbe di verificare notizia e fonti. Invece no, il giornalismo 2.0 funziona così: vedi una notizia sui social, la pubblichi, se è una bufala pazienza perché su internet gira di tutto e i giornalisti si sono adeguati, recependo il nuovo che avanza.

Sostanzialmente, secondo D’Angelis il giornalista non ha più il dovere di verificare le fonti perché è bombardato da una miriade di informazioni che arrivano dai social network. E quindi, se sbaglia, non è neppure tenuto a scusarsi.
Il giornalismo 2.0.

Il collega del Corriere che l’ha intervistato sembra tuttavia sconvolto dalla linea di D’Angelis, tant’è che prova a incalzarlo con qualche domanda, ricevendo risposte imbarazzanti.
Vuol dire che non si fanno più verifiche? «Voglio dire che la comunicazione social punta molto sulla quantità e sulla velocità. Sono sicuro che anche il Corriere.it avrebbe caricato il video».

Ma lei non crede che potevate controllare? «La somiglianza è oggettiva e i social pieni di “smanettoni” che segnalano foto e video. Questo è accaduto».
Ha richiamato il responsabile del suo sito?
«No, perché ha fatto bene a pubblicare quel video».
Ha fatto bene a pubblicare una «bufala»?

«Il web ha modificato profondamente il giornalismo, sui siti e sui social gira di tutto».
Tutto chiaro. C’era una presunta somiglianza tra Virginia Raggi e la ragazza che appare nel video, per cui, se gli utenti di twitter hanno cominciato a far girare questa bufala, L’Unità ha fatto benissimo a riportare una notizia non verificata.

Di fatto, D’Angelis ammette di aver violato la legge, non avendo rispettato l’articolo 2 della legge 69/1963 sull’ordinamento della professione del giornalista. Quell’articolo che tutti i giornalisti, soprattutto i direttori di testata, conoscono o dovrebbero conoscere, e recita così: “È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”.

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