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"E' la Pearl Harbour dei Servizi francesi. Italia retroterra logistico della Jihad".
10 Gennaio 2015 – “Quanto successo a Charlie Hedbo è stato definito l’11 Settembre dell’Europa, io invece direi che si tratta della Pearl Harbour dei servizi segreti francesi”. Alfredo Mantici, ex capo del dipartimento Analisi del Sisde*, interpreta gli aspetti d’intelligence della strage di Parigi in un’intervista ad Affaritaliani.it.

Alfredo Mantici, quanto accaduto a Parigi in questi giorni rappresenta il fallimento dei servizi segreti francesi?

Quanto successo a Charlie Hebdo è stato definito l’11 Settembre della Francia, io invece lo chiamerei la Pearl Harbour dei servizi francesi. L’11 Settembre europeo c’è già stato, ed è stato l’attentato nella metropolitana di Londra del 2004. Anche in quel caso, tra l’altro, si era trattato di un attacco portato avanti da cittadini europei e non da jihadisti dall’estero. Le modalità operative tra Londra e Parigi sono del tutto diverse ma quello che conta sottolineare è che ci sono cellule di cittadini europei  pronti a colpire le città europee in nome di Allah. La debacle dei servizi segreti francesi, in ogni caso, è innegabile.

A che cosa è dovuta?

Passa attraverso alla riorganizzazione degli ultimi mesi. Fino a gennaio 2014 la sicurezza interna francese era affidata a due servizi, la Dst (Direzione di sorveglianza del territorio) e la Rg (direction centrale des Renseignements généraux) che dipendevano dal capo della Polizia. Entrambe svolgevano non solo attività di intelligence ma anche di polizia politica e segreta. Avevano una riconosciuta e solida fama di efficienza. All’inizio dello scorso anno i servizi sono stati riformati ed è stata creata la Dgsi (Direzione generale della sicurezza interna) che opera in maniera analoga alla già precedentemente esistente Dgse (Direzione generale della sicurezza esterna), dipendente dal ministero della Difesa prima e da quello degli Esteri poi. La Dgsi, analogamente, è stata messa alle dirette dipendenze del ministero dell’Interno. Il processo di cambiamento a portato all’allontanamento di molti “anziani” e una riorganizzazione dello staff dirigenziale. Il risultato che ora i servizi rispondono alle indicazioni politiche del ministro e del governo mentre prima rispondevano alle esigenze tecniche del capo della polizia.

I servizi francesi dunque hanno ora meno competenza in materia di antiterrorismo?

Nel processo di riorganizzazione, ripeto, se ne sono andati molto veterani e per prassi si sono portati via con loro in eredità le proprie reti di informatori che da sempre rispondono alle persone e non alle strutture. Ora lo staff dirigente è allineato sulle posizioni del ministro e del governo socialista che ha promosso una politica di accoglienza, integrazione e di allentamento della vigilanza sull’antiterrorismo. C’è stata una diminuzione di conoscenza del pericolo, come dimostra quello che è successo. Tra l’altro tre dei quattro attentatori erano ampiamente conosciuti alle forze di polizia, non sappiamo se erano conosciuti anche dai servizi. Un processo di ricostruzione di una rete informativa sul territorio non avviene dalla sera alla mattina, occorrono degli anni.

Come giudica invece l’intervento operativo delle forze speciali nei blitz a Dammartin en Goeule e a Parigi?

Mi pare siano stati due interventi intelligenti, prudenti ed efficaci, anche perché i quattro ostaggi sono stati uccisi prima dell’ìrruzione al supermercato kosher. Si sono attesi i tempi tecnici senza farsi tirare la giacchetta dall’opinione pubblica. Penso che la polizia e la gendarmeria abbiano fatto un eccellente lavoro ma, se quello che dico sulla Dgsi è vero, credo che nell’arco di una settimana il capo se ne andrà a casa.

Pare che i servizi algerini avessero avvertito la Francia dell’allarme. Come mai non sono state prese le contromisure adatte?

Noi, anche ai miei tempi, abbiamo sempre considerato i servizi algerini come tra i più professionistici del Medio Oriente e ci siamo sempre fidati di loro. Tra l’altro c’è da sottolineare come tre dei quattro attentatori siano di discendenza algerina. I servizi algerini sono efficaci, spregiudicati e dotati di una grande capacità informativa. Noi collaboravamo intensamente con loro e se hanno fatto questa segnalazione non generica è perché hanno agenti attivi nelle banlieu parigine e francesi molto più efficaci di quelli francesi. E questo è preoccupante…

Secondo lei l’Europa, e l’Italia, investono abbastanza su intelligence e sicurezza?

Il problema è che per la sicurezza si spende in qualcosa che non si sa quanto sia efficace. Tanto più la sicurezza è efficace quanto più non succede niente. La Cia sostiene che grazie alle torture sono stati evitati degli attentati, come si fa a sapere se è davvero così? Manca e mancherà sempre la controprova e per questo i vari paesi sono riottosi a spendere sulla sicurezza. Il problema dei governi è capire che spendere per la sicurezza è spendere per qualcosa per cui i cittadini non vedranno mai risultati. In Inghilterra, dopo il 2004, l’hanno capito. Noi facciamo fatica a spendere quello che spendono per la sicurezza gli israeliani. All’aeroporto Ben Gurion c’è un sensore che avvisa se qualcuno si sposta per più di qualche metro dalla propria valigia. Un sensore simile costa quanto un volo di Stato. E allora magari potremmo togliere qualche volo di Stato e fare più sicurezza…

L’Italia sarebbe in grado di far fronte a un attacco come quello subìto da Parigi?

In Italia esiste una buona rete territoriale di polizia e carabinieri in grado di percepire questi fenomeni, Mi astengo dal giudicare l’entità della rete informativa del servizio di sicurezza interno. Stando alla mia esperienza del post 11 Settembre posso dire che l’Italia è considerata dai jihadisti un buon retroterra logistico perché ci si muovono liberamente. L’Italia ha un sistema giudiziario abbastanza comprensivo, basti pensare che nel 2003 un magistrato di fronte a un’intercettazione telefonica in cui un algerino diceva di non vedere l’ora di buttare giù un aereo Usa decise di non rinviare a giudizio perché per lui l’algerino aveva semplicemente espresso un’opinione politica… L’Italia è un bel Paese per loro perché possono vivere tranquilli, non sono pressati e le maglie giudiziarie sono molto larghe. Fare un attentato in Italia provocherebbe una super reazione violenta e loro lo sanno. Ritengo quindi che noi, così come lo eravamo nel 2007, siamo un buon retroterra logistico ma non un obiettivo primario.

Renzi ha proposto la creazione di un’intelligence europea. Le sembra una buona idea?

E’ una proposta intelligente fatta però da una persona che non si rende conto che i servizi segreti sono espressione dei governi. Un servizio segreto comune presupporrebbe un governo comune. I servizi sono il braccio informativo del governo e dei ministri e fa riferimento alle priorità nazionali. La collaborazione tra i diversi servizi già esistono ma è difficile creare un servizio in cui mettere da parte le esigenze nazionali. La Nsa spiava la Merkel per conto di Obama anche se Usa e Germania sono amici e alleati. Ma sapere cosa fa l’amico, da un punto di vista informativo, è tanto utile quanto sapere che cosa fa il nemico. Si potrebbe studiare un modo per migliorare la circolazione di informazioni tra i diversi servizi ma per parlare di servizio unico bisognerebbe avere esigenze uniche anche in politica. E la politica estera dell’Italia è uguale a quella inglese, francese o estone? FInché non c’è omogeneità formale, anche politica, è difficile creare una struttura informativa comune.

*Alfredo Mantici è ora direttore editoriale della rivista Lookout News.

(fonte Lorenzo Lamperti su affariitaliani.it)

A.P.

 

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