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Certo, comprendere a fondo l’attuale linea della Casa Bianca non appare impresa facile: “Trump è imprevedibile, e nessuno può dire come si metteranno le cose. Io però – dice don Caprio – ho l’impressione che Trump, alla fine, sia una manna per il Vaticano. La sua politica internazionale, per come è stata abbozzata, ha molti punti di contatto con quella della Santa Sede, molti in più rispetto a quelli che avrebbe prospettato una presidenza Clinton e non solo sul piano etico”. Le divergenze ci sono, e i recenti ordini esecutivi hanno mostrato che la strada è tutt’altro che spianata. Basti considerare le affermazioni del Patriarca caldeo di Baghdad, mar Sako, che ha criticato le restrizioni all’ingresso in territorio americano, parlando di un enorme danno ai cristiani d’oriente, che si troverebbero ancora più esposti alle vessazioni nemiche in patria.

Il disegno diplomatico vaticano guarda a est e, in particolare, all’intesa con Mosca anche a costo di “sacrificare i cattolici in Russia, che però sono pochissimi e non hanno una gran voce in campitolo”, osserva Caprio. “Diciamo che con Papa Francesco si è sviluppata una sorta di Ostpolitik 2.0, i cui segni erano già presenti prima della sua ascesa al Soglio petrino, ma che ora ha mostrato i suoi effetti. Una Ostpolitik che, a ogni modo, non ha nulla a che fare con quella casaroliana portata avanti nella prima parte del pontificato di Giovanni Paolo II”.

Il triangolo, o quantomeno i suoi contorni, inizia così a definirsi. Se Washington è ben disposta nei confronti dell’uomo forte del Cremlino, da oltretevere si rilancia con un’apertura sul fronte etico e spirituale. L’incontro di un anno fa in terra cubana tra il Papa e Kirill va in questa direzione (basti ricordare i numerosi accenni alla difesa della famiglia naturale contenuti nella Dichiarazione congiunta), e il fine ecumenico è così fondamentale per Francesco al punto d’aver parlato – ricorda Allen – di “guerra fratricida” in Ucraina e non di aggressione russa, sconcertando la chiesa greco-cattolica locale, come ammise davanti alla stampa l’arcivescovo maggiore di Kiev, Sviatoslav Shevchuk, quando parlò di “ferita” alla “sensibilità degli ucraini”. Il fatto è che, scriveva il vaticanista americano, “il Papa non vuole fare nulla che possa riportare indietro le lancette dell’orologio” nei rapporti con il Patriarcato. E per farlo è necessario “non essere percepiti come ostili agli interessi nazionali della Russia”.

Roma, 2 febbraio 2017
fonte ilFoglio

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