ELEZIONI ROMA: FUORI BERTOLASO, APPARE L’OPZIONE MODERATA

La notizia del giorno, a Roma, non è tanto la rinuncia di Guido Bertolaso a correre al primo turno come candidato sindaco della capitale, quanto l’improvvisa riproposizione, con possibilità non velleitarie di vittoria, della cosiddetta “opzione moderata”, che nelle furiose dispute dei giorni scorsi era praticamente scomparsa lasciando spazio, anche nei sondaggi, ad una possibile lotta tra due opposti populismi, quello “antipolitico” del M5S della Raggi, e quello “lepenista” dell’alleanza Lega-Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni, con outsider – addirittura – il candidato del PD Giachetti.

Tutti gli altri, Forza Italia con Bertolaso, le liste civiche con Marchini, le sinistre-sinistre con Fassina la destra-destra con Storace, ed il simpatico Mario Adinolfi con il “Popolo della Famiglia”, sia nei sondaggi che nell’opinione pubblica, restavano solo quelle che una volta, nella mai abbastanza rimpianta “prima Repubblica” (visti i risultati della seconda), si chiamavano “candidature di bandiera”.

Quindi dopo il vuoto pneumatico lasciato dal “marziano” Ignazio Marino, erede dei precedenti disastri della destra e della sinistra al Campidoglio, con buona probabilità Roma sarebbe stata governata da un sindaco “populista”, grillino o lepenista. O al massimo da un figlioccio di Marco Pannella, ex capo di gabinetto di Rutelli e compagnuccio di Renzi. Fosche nubi all’orizzonte.

Ma in quel quadro ciò che lasciava tutti gli osservatori politici perplessi e meravigliati era, in buona sostanza, la scomparsa del “centro moderato”, nonostante ci fosse in campo un candidato, Alfio Marchini, che era certamente espressione di un’area politica moderata, e che con il 10% ottenuto alle precedenti comunali tre anni fa, solo con liste civiche, poteva rappresentare un solido punto di riferimento su cui avrebbero potuto puntare le forze moderate del centrodestra per tentare il “colpaccio”.

Ed in effetti, nelle schermaglie iniziali di questa strana campagna elettorale romana, il nome di Marchini era stato pronunciato più volte negli incontri del centrodestra, salvo però sbattere sul veto imposto da Lega e Fratelli d’Italia. Alla luce dei fatti, potremmo dire che più che un veto a Marchini, quello di Salvini e Meloni era l’inizio dell’emancipazione dal berlusconismo, ma anche dal centrodestra come lo abbiamo conosciuto dal 1994 ad oggi.

La stranezza, infatti, non era quel veto, quanto invece l’incapacità di Berlusconi di cogliere il dato politico che c’era dietro, incarognendosi sulla percezione di una presunta OPA ostile lanciata da Salvini sulla leadership del centrodestra. Berlusconi aveva perso, in tutta evidenza, la sua proverbiale lucidità strategica, preoccupato di perdere la leadership della coalizione, e non si è accorto che invece quello che stava perdendo, anzi che aveva già perso, era proprio la coalizione.

Quel vecchio centrodestra non esiste più, e con il “laboratorio” romano Matteo Salvini e Giorgia Meloni non ne rivendicavano più neanche l’eredità, ormai proiettati verso un Fronte Nazionale sul modello francese, dove piuttosto che “centrodestra” i due puntavano a dividersi le aree geografiche di preminente presenza politica: il nord d’Italia, con in più Toscana e Marche, alla Lega ed al suo leader Salvini, il centro-sud a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

Puntare su Guido Bertolaso era stato un autogol clamoroso per Berlusconi, perché era evidente che aveva privilegiato la fedeltà alla sua persona che piuttosto un’opzione politica seria e credibile.

Tra l’altro il paradosso era che Bertolaso era riuscito nella difficile impresa di disamorare dalle scelte romane di Berlusconi tutto l’asse nordista del suo partito, a partire da Toti e passando dalla Gelmini e da Romani, tutti berlusconiani d.o.c., ma che avevano percepito l’assurdità della scelta del leader di Forza Italia di rinunciare ad esistere a Roma, rischiando con Bertolaso di scendere addirittura sotto il 5% dei voti e mettendo di fatto in libera uscita gli elettori berlusconiani.