159 anni di storia, parlano gli americani: “Italiani grandi militari, sono i poliziotti d’Europa”

Nella giornata in cui l’Esercito italiano festeggia i 159 anni dalla sua nascita, vogliamo rivolgere il nostro pensiero a tutti i militari in missione di pace all’estero, a quelli in patria impegnati nel programma Strade sicure, che stanno dando un supporto prezioso anche nella gestione dell’emergenza Covid19, e ai nostri soldati che hanno perso la vita al servizio dell’Italia.

Per l’occasione, vogliamo ricordare anche lo splendido elogio della stampa americana nel confronti dei nostri militari

Al di là dei soldi spesi per la Nato, quello che traspare è infatti il contributo alla stabilità europa e internazionale. Sono 6.092 i soldati italiani impegnati nel mondo

L’Italia è, non da oggi, considerata uno dei partner più «tirchi» della Nato: dedica alla difesa l’1,1% del prodotto interno lordo (contro il 2% richiesto) e solo altri sette Paesi dell’Alleanza atlantica spendono meno di noi.

Ma, guardando più da vicino, la situazione appare un po’ diversa ed è arrivato il momento di considerare le forze armate italiane con «rispetto», perché sono diventate, di fatto, il «poliziotto d’Europa».

A dirlo è un articolo intitolato Europe’ military maestros (la traduzione è superflua) comparso sul sito politico.eu, l’edizione dedicata all’Europa di politico.com, uno dei più famosi giornali online americani.

Firmata da Elizabeth Braw, professore associato presso il Consiglio Atlantico (un think tank americano che si occupa di affari internazionali), l’analisi mette in luce l’entità tutt’altro che trascurabile del contributo italiano alla stabilità europea e internazionale.

Al primo posto c’è il salvataggio dei migranti sul vulnerabile confine meridionale del continente: tra gennaio e giugno di quest’anno la Guardia costiera ha recuperato 21.540 persone da 188 navi, mentre la Marina ne ha tratti in salvo 3.344 e la Guardia di Finanza 400. Inoltre le nostre unità partecipano all’operazione Sofia,

la missione navale europea con specifiche mansioni di contrasto al traffico di esseri umani che dall’inizio dell’anno ha recuperato 5.676 migranti. Ma, scrive Braw, tutto ciò è in un certo senso normale, poiché si tratta di vite in pericolo e sarebbe «non etico» per gli italiani non intervenire, «la decenza umana non lascia altra scelta».

Ma ci sono missioni alle quali potremmo tranquillamente evitare di partecipare e che invece ci vedono presenti: secondo i dati dell’Istituto affari internazionali, citati dall’articolo, in totale i soldati italiani impegnati in varie zone del mondo (Medio Oriente, Mediterraneo, Balcani, Corno d’Africa, Afghanistan) sono in tutto 6.092: per esempio 600 in Kossovo e 1.100 in Libano

, mentre altri 140 uomini sono stati inviati in Lettonia nell’ambito della missione di deterrenza tesa a rassicurare i partner Nato dell’Europa orientale dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia e il conflitto ucraino.

La spesa italiana nelle missioni internazionali è stimata in un miliardo di euro. Insomma, l’Italia fa per la Nato molto di più di quanto traspare dal contributo in rapporto al Pil.

«Ho sempre sostenuto che il criterio puramente finanziario, di budget, per giudicare un contributo militare è riduttivo e fuorviante – commenta il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa e ora vicepresidente dell’Istituto affari internazionali -. Molto dipende da come si spende.

In termini di impegno siamo inferiori solo agli americani». L’articolo di politico.eu sostiene anche che mentre molti governi europei inseriscono tutto ciò che possono nelle spese Nato per arrivare il più possibile vicini al 2%, Roma cerca di evitarlo per non allarmare l’elettorato di centrosinistra.

«Viviamo in un Paese che vede le spese militari come il fumo negli occhi – spiega Camporini -. Ma devo dire che, sulla mia personale esperienza, i governi di centrosinistra sono sempre stati più propensi a spendere per la difesa di quelli di centrodestra. Non credo a una dissimulazione voluta.

Il conteggio reale delle spese militari non è agevole. Per esempio i carabinieri: dipendono dal ministero della Difesa ma lavorano molto per l’ordine pubblico alle dipendenze del ministero degli Interni. Quanta spesa che li riguarda devo mettere nel budget della difesa?».

L’articolo di politico.eu, pur senza dirlo apertamente, lascia capire che siamo anche bravi, che certi giudizi del passato vanno superati.

«E’ vero, siamo bravi – conclude Camporini -. Ma operiamo anche scelte tutte mirate a quel tipo di missioni, conflitti a bassissima intensità in ambiente permissivo. Se abbiamo mille euro, li spendiamo lì. Ma se dovessimo essere chiamati ad altri impegni, più gravosi, forse non saremmo altrettanto efficienti».

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