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Caso emanuele scieri. Da quasi venti anni amici e parenti chiedono verità e giustizia per il  parà di leva, siracusano, 26enne fresco di laurea, oggi ne avrebbe quasi cinquanta. Una vita spezzata in quella che doveva essere un’esperienza formativa oggi da molti ricordata così intensamente: la leva militare.

Il giovane, la cui storia è molto nota, era stato ritrovato privo di vita all’interno della caserma stessa dopo giorni di assenze, ai piedi di una torre dismessa per il prosciugamento dei paracadute. Si era sempre parlato di suicidio. Scomparve lo stesso giorno del suo arrivo dopo aver svolto il Car a Firenze. La sera del suo arrivo uscì con alcuni commilitoni e poi rientrò in caserma. Al contrappello delle 23.45 non rispose più e di lui non si ebbero più notizie per giorni. Fino all’atroce scoperta.

Per lui, la leva militare è stata la fine di tutto. Giunto in caserma, la Gamerra di Pisa, nell’Agosto 99, non ne sarebbe più uscito.

Per anni, nonostante le richieste della famiglia di far luce sull’episodio, dopo un susseguirisi di indagini, riaperture e archiviazioni. Fino allo scorso anno con l’arrivo del procuratore capo Antonio Cirini che ha disposto la riapertura e ad oggi, la riesumazione del corpo del militare che servirà a stabilire se un immediato soccorso avrebbe potuto salvargli la vita

Nell’agosto 2018 era stato ipotizzato perso un commilitone il concorso in omicidio, accusa che aveva portato alla misura degli arresti domiciliari un caporale e capocamerata di Cerveteri (Roma) a cui era stato assegnato Scieri.

La convinzione è quindi sempre più netta: Emanuele Scieri “fu ucciso in caserma, non fu suicidio”. La pista seguita fino ad ora p stata quella del nonnismo. Per l’evento è stata costituita una commissione parlamentare nel 2016 e chiusa nel 2017.

Secondo la commissione parlamentare, in quella caserma sarebbe stato fatto uso di nonnismo poichè nel pariodo (e come noto un po’ ovunque) esisteva una sorta di tradizione, una “disciplina parallela” non legata alle regole formali ma, appunto, alle “tradizioni”. Il caso va avanti

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