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«Eravamo tranquille con Al Qaeda».
17 Gennaio 2015 – Non sono state abusate sessualmente, non hanno subito violenze fisiche, non sono mai state minacciate di morte. Soprattutto non avrebbero escluso la possibilità di ritornare un giorno in Siria, ma non hanno chiarito se si sono convertite all’Islam. Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le cooperanti rapite il 6 agosto e liberate giovedì dopo 5 mesi e mezzo di prigionia, sapevano a che fazione appartenevano i loro sequestratori e cosa volevano in cambio della liberazione: soldi per il riscatto. Per questo non hanno temuto per la loro vita. L’area dove si è consumato il sequestro è sotto l’influenza del gruppo Jabhat Al Nusra, legato ad Al Qaeda, che ha voluto mettere il cappello sull’operazione, rivendicando il video delle ragazze pubblicato in Rete il 31 dicembre. A differenza dell’Isis, questo tipo di organizzazione non è solita decapitare gli ostaggi in «mondovisione». L’obiettivo dei qaedisti, infatti, è finanziare la jihad e il rapimento delle due era un affare ghiotto.

Non è chiaro se le due sono state cedute ad altri gruppi prima di arrivare ad Al Nusra. Durante l’interrogatorio avrebbero sostenuto di essere state «tradite dalle persone che stavano con loro». Ieri mattina Greta e Vanessa sono state ascoltate per quattro ore nella caserma dei carabinieri del Ros di via Salaria dal procuratore aggiunto del pool antiterrorismo di Roma Giancarlo Capaldo e dai sostituti Sergio Colaiocco e Francesco Scavo, che al termine dell’atto istruttorio hanno proceduto alla secretazione dei verbali. Lunghe pause e silenzi su alcuni argomenti hanno caratterizzato gli interrogatori, avvenuti separatamente. Ma le versioni delle due ragazze grossomodo sono coincidenti. «Non siamo mai state minacciate di morte – hanno raccontato agli inquirenti, che indagano per sequestro di persona con finalità di terrorismo – Ci sono stati momenti difficili, anche di sconforto, ma mai di forte pericolo». Greta e Vanessa hanno raccontato di non essere state private di cibo e acqua. Hanno perso la cognizione spazio-temporale, perché non sapevano che ora o che giorno fosse, né in quale luogo si trovassero. Per chi indaga, la «carcerazione» delle due ventenni è stata portata avanti in un clima sostanzialmente accettabile rispetto ad altri sequestri di cittadini italiani in scenari di guerra, come in Libia. Dal giorno del rapimento, sono state tenute in varie prigioni nel nord della Siria, ma senza essere mai separate.

Hanno visto in volto alcuni dei sequestratori, ma hanno detto che non saprebbero riconoscerli. Con loro comunicavano in inglese, ma erano in grado di parlare anche in arabo. Prima dell’ultimo viaggio, le giovani erano già state in Siria, dove avevano preso contatti mantenuti dall’Italia via Skype. Forse tra questi si nasconde la chiave per scoprire chi ha tradito.

(fonte Valeria Di Corrado e Francesca Musacchio su Iltempo)

A.P.

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