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Quindici anni fa le foto di quel bambino in divisa da carabiniere, ai funerali del padre, commossero l’Italia. A gennaio Fabio compirà 29 anni. Vive ancora a Viadana, nel Mantovano, dove il luogotenente Filippo Merlino, morto a Nassiriya, comandava la stazione dei carabinieri. Fabio è un giovane uomo che ha incominciato a lottare fin dalla sua venuta al mondo, costretto sulla carrozzina da una atrofia muscolare spinale. La vita ha messo alla prova Fabio Merlino senza piegarlo. Un negozio di abbigliamento e articoli sportivi aperto con un socio. Una mamma, Alessandra, a cui non sono mai venuti meno coraggio e determinazione. Carmine Galasso, amico per la vita dalla seconda elementare. Un sogno realizzato: una squadra di wheelchairr hockey o, come si dice oggi, di powerchair hockey (l’hockey in carrozzina).

Fabio parla sempre del suo papà e gli si illuminano gli occhi quando confessa che a Viadana ancora tanta gente sbaglia, e lo chiama Filippo. “Fin da piccolo” racconta Fabio a Panorama “sono sempre stato molto appassionato di sport: questa era una cosa che ci legava moltissimo, me e mio padre. Quando lui non era in missione andavamo allo stadio ogni weekend, eravamo capaci di vedere tre partite in due giorni, dato che allora Parma, Modena e Bologna erano tutte in serie A. E fu proprio durante una di queste partite- io frequentavo allora la terza media- che conobbi alcuni ragazzi che praticavano wheelchair hockey: papà, che stava per partire per l’Iraq, per la missione di peacekeeping “Antica Babilonia”, promise di portarmi a provare questo nuovo sport a Bologna, una volta che fosse tornato a casa”.

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Poi arrivò il 12 novembre del 2003, il giorno della strage di Nassiriya:” Io e Carmine (amico del giovane e figlio anche lui di un Carabiniere) eravamo assieme, come sempre, quando giunse la notizia dell’attentato” spiega Fabio“ e rimanemmo assieme per tutta la durata della camera ardente: due ragazzini inseparabili, affranti, che piangevano il padre e l’amico. Io avevo chiesto il permesso ai superiori di mio papà di indossare una divisa uguale a quella che lui usava in missione. Mi fu concesso: non la tolsi mai, la tenni fino alla fine dei funerali solenni: ne sentivo il bisogno per onorare mio padre”.

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“Eravamo davvero legatissimi ha continuato a Panorama – Per mesi ho continuato a pensare al fatto che l’ultima volta che l’ho sentito al telefono, prima della strage, avevamo pianificato di andare allo stadio la settimana successiva, perché la sua missione stava finendo, “e poi” mi disse “ti porto a provare l’hockey in carrozzina”. Mio padre mi spingeva sempre a superare i miei limiti, a non arrendermi mai, mai”.

Un pensiero non ha mai abbandonato Fabio, lo racconta Il Giorno: “Il mancato riconoscimento della medaglia d’oro al valor militare è un cruccio che ci portiamo dentro. La Croce d’onore è stata conferita a tutti, compresi i feriti. Con il massimo rispetto per i feriti, mio padre e gli altri hanno dato la loro vita. La scorsa settimana una delegazione delle famiglie ha incontrato il ministro della Difesa. Speriamo. Molti italiani sentono parlare degli eroi di Nassiriya e pensano che la medaglia d’oro l’abbiano avuta. Non è così. È il minimo dovuto. Noi non demordiamo. E una nostra battaglia e la porteremo avanti”.

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